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La Fed sfida Trump e alza i tassi ma abbassa le stime di crescita

La Fed ha alzato i tassi a breve di 25 punti base, al 2,25-2,50 per cento. Ha annunciato però un rallentamento del ritmo della futura stretta, indicando per il 2019 due nuovi rialzi (e non più tre, come a settembre). Ha rivisto inoltre al ribasso le stime di crescita per quest’anno e per il 2019.
La decisione sui tassi era attesa dai mercati e da gran parte degli analisti finanziari. L’ultimo sondaggio di Bloomberg su economisti e investitori dava al 90% le possibilità di rialzo. Ma la decisione era tutt’altro che scontata per le pressioni degli ultimi giorni arrivate dalla Casa Bianca. Donald Trump in più occasioni ha invitato la banca centrale americana e il suo presidente Jerome Powell a «non fare un altro errore», ad «ascoltare il mercato» e a «non guardare solo ai numeri».
Dalla fine del 2015, con l’ultimo di ieri, che è il quinto rialzo consecutivo trimestrale, il quarto del 2018, la Federal Reserve ha alzato i tassi a breve dei Fed Funds nove volte, dallo zero virtuale al 2,5%. I tassi si trovano ora nella parte bassa di quello che gran parte dei componenti del board della Fed ritiene essere il tasso neutrale: per Janet Yellen il tasso neutrale era attorno al 3%; Powell il 28 novembre aveva detto che i tassi si trovano «appena sotto» il tasso neutrale. Un netto cambio di rotta rispetto a quanto affermato il 3 ottobre, quando parlava di «a long way», una lunga strada da percorrere per raggiungere il livello neutrale, segnalando quindi un rallentamento del ritmo delle strette. La politica espansiva della Fed è finita nell’ottobre 2014 quando si decise di terminare il terzo programma di quantitative easing, al ritmo di 50 miliardi al mese. Con la decisione di ieri la banca centrale ha salvato la sua credibilità perché Jay Powell e il board dei presidenti regionali della Fed hanno ignorato le critiche mostrando che le decisioni monetarie americane sono guidate da scelte economiche e non politiche.
La Federal Reserve ha rivisto ieri al ribasso le stime di crescita: il Pil Usa quest’anno salirà del 3% e non del 3,1% come previsto in precedenza, nel 2019 del 2,3% contro il 2,5 prima stimato. Nonostante i segnali di rallentamento, tuttavia,l’economia continua a espandersi al ritmo maggiore da 10 anni, la disoccupazione è ai minimi dal 1969, al 3,7%, i salari sono in ripresa, la spesa al consumo continua a crescere (+0,6% a ottobre). Un’economia che corre quasi al massimo della sua capacità non ha bisogno più di stimoli, è il ragionamento dei policymakers della Fed. Dall’altro lato, però, l’inflazione core continua la sua lenta risalita ed è arrivata all’1,8%, vicina al target Fed del 2 per cento. I prezzi bassi del petrolio, sceso sotto i 50 dollari al barile, aiutano a diminuire le pressioni inflattive. Il dollaro forte e i recenti cali azionari della borsa americana raccontano di un inasprimento delle condizioni finanziarie. Tutti fattori che spingono in un’altra direzione e che hanno alimentato fino all’ultimo il coro di richieste di una pausa. Dall’ultimo ritocco dei tassi monetari di settembre l’indice S&P 500 ha perso circa il 12%, il Dow Jones il 10% e il Nasdaq quasi il 3%. La volatilità è stata alimentata dalle tensioni per la guerra commerciale con la Cina, i titoli tech finiti sulla graticola e, ora, dal petrolio. La Fed ha deciso di andare avanti per la sua strada e non ha sorpreso. Alcuni analisti sostengono che abbia voluto rassicurare i mercati preoccupati dai tassi alti e dal rallentamento economico in arrivo. Come a dire: sì ci sono nuvole all’orizzonte, ma il temporale è ancora lontano.

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