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La Fed sceglie di non alzare i tassi La prossima mossa «Un aumento a ottobre resta ancora una possibilità»

Ha prevalso la cautela. L’incertezza sui mercati internazionali determinata dalla frenata dell’economia cinese e dagli ex Brics come il Brasile ha inciso sulla visione a medio termine della Federal Reserve degli Stati Uniti nonostante l’andamento positivo — ma comunque «moderato» — dell’economia americana. Così ieri dopo due giorni di meeting il Fomc, il consesso dei governatori presieduto da Janet Yellen, ha deciso di non alzare i tassi di interesse, mantenendoli invariati al tasso minimo 0-0,25%, il livello raggiunto nel pieno della crisi post Lehman Brothers e rinviando la prima stretta dal 29 giugno 2006. 
I «recenti avvenimenti economici e finanziari mondiali potrebbero comprimere l’attività economica ed è probabile che premano ulteriormente al ribasso sull’inflazione nel breve termine», ha sottolineato la Fed nel comunicato diffuso al termine del direttivo di politica monetaria ieri alle 20. Nella conferenza stampa successiva, Yellen è stata netta: «La ripresa ha progredito a sufficienza, ci sono ragioni per alzare i tassi ora e ne abbiamo discusso ma alla luce delle incertezze estere e dell’inflazione più bassa, abbiamo deciso di aspettare», ha affermato. «La preoccupazione per la Cina e i mercati emergenti ha portato volatilità sui mercati e, date le significative interconnessioni tra gli Usa e il resto del mondo, la situazione va osservata con attenzione».
Non che fosse una decisione facile da prendere: gli osservatori — analisti, banchieri, investitori — erano spaccati a metà nelle previsioni, anche se un big come il ceo di Jp Morgan, Jamie Dimon, aveva detto: «Se devo fare una scommessa, direi che la Fed non alzerà i tassi». All’interno del Fomc comunque su 10 componenti solo uno, Jeffrey Lacker, presidente della Fed di Richmond, ha votato contro preferendo un rialzo di un quarto di punto. Segno che comunque la discussione all’interno del consesso dei governatori è stata ampia. La decisione è invece piaciuta a Wall Street: dopo una giornata in attesa, Dow Jones e Nasdaq hanno guadagnato oltre l’1%.
Tuttavia la stretta in futuro ci sarà «una volta che la Fed avrà visto qualche ulteriore miglioramento nel mercato del lavoro e quando sarà abbastanza fiduciosa che l’inflazione tornerà verso l’obiettivo del 2%», è scritto nel comunicato. Un rialzo dei tassi a ottobre, ha chiarito Yellen, «resta una possibilità». Ma anche dopo il primo rialzo, la politica monetaria «resterà molto accomodante per un po’ di tempo».
Sul fronte interno, le spinte ribassiste sull’inflazione dei prezzi al consumo arrivano soprattutto dal calo dei prezzi dell’energia e dal dollaro debole. I segnali positivi per l’economia Usa si vedono invece nel settore immobiliare «migliorato ulteriormente» e nella spesa delle famiglie e negli investimenti fissi «aumentati moderatamente», anche se le esportazioni nette «sono deboli». E il mercato del lavoro mostra «aumenti solidi di occupati» e disoccupazione in calo. Ma — appunto — non si vedono segnali di inflazione sul fronte dei salari.
I dati macroeconomici allegati al comunicato mostrano in effetti un’economia in ulteriore crescita. Il Pil per il 2015 è ora atteso a +2,1% in termini reali (a giugno era +1,9%) ma per il biennio successivo c’è stata una lieve correzione: l’anno prossimo la crescita è attesa al 2,3% (0,2 punti in meno su giugno) mentre nel 2017 è prevista al 2,2% (0,1 punti in meno) e al 2% per il 2018. Circa il tasso dei senza lavoro quest’anno si attesterà al 5,0% (-0,3 punti rispetto alle stime di giugno) e scenderà al 4,8% nei due anni successivi. Ma sarà l’inflazione ancora a non crescere: nei tre anni considerati dovrebbe essere rispettivamente dello 0,4%, 1,7% e 1,9%. Dunque solo nel 2017 potrebbe avvicinarsi all’obiettivo di medio termine di un tasso attorno al 2% che è — insieme alla crescita dell’occupazione — la pietra miliare dell’azione della Federal Reserve.

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