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La Fed punta sulla debolezza del dollaro

Si complica sempre più il lavoro della Fed. Alle turbolenze dei mercati, si aggiungono ora quelle della politica fiscale. La decisione di rinviare la riduzione di acquisti di titoli di Stato ha fatto scivolare il dollaro ai minimi da sette mesi rispetto all’euro e a un paniere di valute; e contemporaneamente ha fatto salire azioni e rendimenti dei titoli di Stato. Si è così creata una situazione curiosa: una decisione presa perché le condizioni finanziarie si erano irrigidite ha fatto svanire, almeno in parte, proprio quell’irrigidimento che l’aveva giustificata.
Un bel paradosso, peraltro non imprevedibile. Il fatto è che la Fed mercoledì ha dovuto tener conto della politica fiscale di Washington, che rischia – di nuovo – di creare grandi incertezze. A fine mese si chiude l’anno fiscale 2013 del Tesoro e l’amministrazione Obama deve riaprire le trattative con i repubblicani per il budget 2014. «La politica fiscale continua a essere un freno per la crescita», ha allora detto in conferenza stampa Ben Bernanke. «Un fattore di preoccupazione, per noi, sono state alcune decisioni fiscali in arrivo», ha poi aggiunto riferendosi alla possibilità che il governo non venga finanziato abbastanza, e che non venga elevato il limite del debito: «Potrebbero esserci serie conseguenze, per i mercati finanziari e per l’economia».
Anche perché la Fed non può fare tutto. «Se queste azioni portassero l’economia a rallentare – ha detto Bernanke – noi dovremmo prenderle nel dovuto conto, certamente. Detto questo, la nostra capacità di assorbire shock come questi, e in modo particolare quelli derivanti dai limiti sul debito, è limitata».
Il punto è che si è aperto ora un gioco a quattro: la Fed, il Campidoglio, Wall Street, e Main Street, l’economia reale. Difficile, forse impossibile, per la sola banca centrale – già un po’ in difficoltà – gestirle tutte. È evidente che la Banca centrale ha voluto lanciare una sfida alla politica: non tutti gli elettori repubblicani amano i tassi bassi. Facendo così ha però riportato Wall Street a febbraio. Ieri la debolezza della valuta Usa ha spinto l’euro fino a 1,3568 dollari, il massimo da sette mesi e mezzo e a 134,94 yen, un livello abbandonato tre anni e mezzo fa. L’indice del dollaro, calcolato su un paniere di monete, è leggermente risalito a 80,238, ma da quota 80,060 di mercoledì, livello abbandonato a febbraio.
Un calo dei tassi a lungo termine, una flessione della valuta – e così via – “equivalgono” grosso modo a un taglio dei tassi. La Fed, insomma, ha ritenuto possibile non agire perché i mercati avevano, in sostanza, fatto salire “i tassi”; ma ora quei “tassi”- le condizioni finanziarie – sono di nuovo calati.
Forse non è stata una sorpresa, per la Fed: la reazione di Wall Street era prevedibile. Il rischio, però, è che il gioco ora iniziato tra Fed e Campidoglio crei ancora più incertezza e nervosismo sui mercati, già andati in fibrillazione in occasione di precedenti discorsi del presidente Bernanke, mai sufficientemente chiaro né sulle intenzioni della Banca centrale, né soprattutto sulla “funzione di reazione” della Fed: su come reagirà all’evoluzione dell’economia, dalla finanza e ora anche della politica. A proposito della strategia di uscita dall’attuale politica ultraespansiva, gli investitori si sono trovati di fronte a un miscuglio di regole imprecise – gli acquisti non si esauriranno prima che la disoccupazione raggiunga il 7%, i tassi non saliranno finché sarà superiore al 6,5%, con tanti se e tanti ma – e di discrezionalità. La variabile politica rende ora la situazione ancora più confusa.
Main Street, l’economia reale, intanto non aiuta. Tutto viene fatto in suo nome, ma non sempre nel modo ottimale. La ripresa procede, e l’anno prossimo l’economia potrebbe crescere anche del 3-3,5%. In una situazione come questa, l’amplissima liquidità e i tassi a zero potrebbero causare – come altrove nel mondo – seri problemi. «Secondo noi – hanno scritto Michael Hartnett e il suo team di analisti di Bank of America Merrill Lynch – quanto più Main Street si avvia alla ripresa, tanto più grande è il rischio di bolle». Anche se il vero pericolo non è tanto un rialzo irrefrenabile delle quotazioni, la bolla in senso stretto, quanto prezzi “scorretti”, troppo bassi, sui rischi finanziari. L’occupazione intanto aumenta poco, l’inflazione resta quindi molto bassa, ed è compito della Banca centrale contrastare ogni tendenza a ulteriori raffreddamenti dei prezzi mantenendo tassi bassi e ampia liquidità. Per evitare che l’economia cada – come il Giappone – in un equilibrio stabile e avverso: bassa inflazione (o deflazione) e bassa crescita. Un bel ginepraio, insomma.

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