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La Fed pronta a tutto per bloccare la corsa dei prezzi

La Fed è pronta a varare misure più restrittive, se fossero necessarie per raffreddare l’inflazione, salita all’8,5%. Nello stesso tempo però è prudente, perché è conscia del rischio di mancare l’obiettivo dell’atterraggio morbido e spingere gli Stati Uniti verso la recessione.

Queste indicazioni, contenute nelle minute del vertice della banca centrale americana di inizio maggio, sono bastate a ridare un po’ di slancio a Wall Street, perché gli operatori finanziari avevano già messo in conto almeno un altro paio di aumenti dei tassi di mezzo punto, ma non hanno letto nelle note il pericolo imminente di rialzi ancora più marcati del costo del denaro. Ora quindi resteranno a guardare i fondamentali dell’economia, come il pil che si è ridotto dell’1,5% nel primo trimestre dell’anno, o le domande per i sussidi di disoccupazione scese a 210.000 la settimana scorsa, per capire in qualche direzione andrà l’America e quindi la Fed.

Negli appunti sugli incontri tenuti il 3 e 4 maggio dal Federal Open Market Committee si legge che «la maggior parte dei partecipanti ha ritenuto che aumenti di mezzo punto saranno probabilmente appropriati nelle prossime due riunioni», ma nello stesso tempo «ha notato che una posizione politica restrittiva potrebbe diventare necessaria». Dunque se ci saranno due rialzi del costo del denaro Wall Street dovrebbe reagire con calma, perché è quanto si aspettava. Se invece ne avverranno di più o di meno, la risposta dei mercati potrebbe essere negativa, o perché la situazione è peggiore delle attese, oppure perché la banca centrale la sta sottovalutando.

Secondo le minute «diversi partecipanti hanno commentato le sfide che la politica monetaria deve affrontare per ripristinare la stabilità dei prezzi, mantenendo al contempo solide condizioni del mercato del lavoro». Questo lascia intendere che la disoccupazione, scesa al 3,6% in aprile, è probabilmente destinata a risalire un po’. Infatti la Fed è preoccupata dei rischi «al ribasso» per l’economia, e anche per «la probabilità di un aumento prolungato dei prezzi dell’energia e delle materie prime », dovuto principalmente alla guerra in Ucraina. Nello stesso tempo, però, «lo staff prevede che la crescita del pil rimbalzerà nel secondo trimestre e progredirà ad un ritmo solido nel resto dell’anno». La maggioranza degli analisti è ormai convinta che l’inflazione sia esplosa anche a causa degli stimoli eccessivi elargiti dall’amministrazione Biden dopo la crisi del Covid, e rimprovera alla Federal Reserve di non essersi mossa in tempo per raffreddarla. Ora però anche la Banca centrale europea si prepara ad alzare i tassi, e l’attenzione si sposta sulla capacità di Usa e Ue di fare un atterraggio morbido. Gli indicatori sono contraddittori. Il dato sulla contrazione del pil Usa nel primo trimestre dell’anno è stato rivisto al rialzo, dall’1,4 all’1,5%, ma le richieste dei sussidi di disoccupazione sono scese e l’inflazione cosiddetta Pce è stata confermata al 7%. Ora resta da vedere se la ripresa tornerà nel secondo trimestre, come prevede la Fed, e quando l’inflazione inizierà a frenare. Su queste basi Wall Street deciderà le sue mosse.

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