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La Fed non teme Brexit: meno rischi per l’economia

È stato il primo vertice della Federal Reserve nell’incerta era del dopo-Brexit. Ma la Banca centrale americana, pur nella dovuta cautela sugli orizzonti dell’economia e la soluzione delle incognite internazionali, non si fa più spaventare: mette in chiaro che i rischi per l’oulook sono calati e colora di ottimismo il giudizio sull’espansione. Puntando nuovamente su una rotta che può portare all’agognata meta di una prossima tappa di normalizzazione della politica monetaria entro l’anno, con un rialzo dei tassi d’interesse forse già al meeting del 20 e 21 settembre.
Il mercato del lavoro, in particolare, «si è rafforzato», ha indicato la Fed nel comunicato al termine di due giorni di riunione. La spesa delle famiglie ha mostrato «robusta crescita» e la marcia dell’attività economica procede «a passo moderato» anche se gli investimenti aziendali restano «deboli». Un quadro sintetizzato dalla cruciale conclusione che «i rischi di breve periodo all’outlook dell’economia sono diminuiti», nel linguaggio della Banca centrale il segnale più esplicito dell’avvicinarsi della prossima stretta nonostante i riferimenti espliciti alla posizione di politica monetaria si limitino a ribadire un pronostico di «graduali aggiustamenti». Nel voto al vertice, nove gli esponenti a favore e solo un dissenso, quello del falco della sede di Kansas City Esther George che auspicava un rialzo immediato di un quarto di punto dei tassi dal livello attuale dello 0,25-0,50 per cento.
Se le scommesse di operatori e trader non davano chance a strette immediate, le probabilità di simili decisioni dall’autunno in avanti erano ormai parse in aumento nelle ultime settimane. Rivelatrice a questo proposito è stata la scarsa reazione immediata dei mercati, dall’azionario all’obbligazionario fino al valutario, tranquillizzati inoltre dalla schiarita economica “certificata” dalla Banca centrale. Per il meeting della Banca centrale di settembre, i future sui fed funds già prima del comunicato davano un intervento sui tassi al 30 per cento. Che saliva al 50% per un’azione a dicembre. Anche se non manca chi, come gli analisti di Hsbc, ha finora mantenuto fede a previsioni di costo del denaro invariato per l’intero 2016 e aspetta il simposio Fed di fine agosto a Jackson Hole per valutare il pensiero di Janet Yellen e dei suoi colleghi.
La Federal Reserve, nella sua discussione, ha potuto far leva su una crescente serie di rinnovati segni di recupero dell’espansione domestica che ha allontanato i timori di contagi dalle scosse sofferte da Gran Bretagna e Europa all’indomani del referendum sull’uscita di Londra dall’Unione Europea. L’occupazione il mese scorso è lievitata di 287mila nuovi impieghi. E la Borsa ha marciato verso nuove vette, calmando per il momento timori di destabilizzanti rovesci e volatilità sui mercati.
Altri recenti dati economici sono stati considerati incoraggianti: le vendite di nuove case nell’ultimo mese sono aumentate al passo più robusto dagli inizi del 2008, cioè dalla grande crisi, e le costruzioni si sono impennate del 4,8%, oltre le attese. La spesa al consumo degli americani, tuttora oltre due terzi del Prodotto interno lordo del Paese, ha a sua volta dato prove di forza, salita di un altro 0,4% in maggio dopo un’impennata dell’1,1% in aprile, compensando un settore industriale che segna il passo. Ulteriori indicatori in accelerazione potrebbero oltretutto essere in arrivo: Mickey Levy di Berenberg pronostica un Pil in crescita del 2,7% nel secondo trimestre, quando domani uscirà la prima lettura delle statistiche. Più cauto, invece, Joseph LaVorgna di Deutsche Bank: si aspetta solo l’1% di crescita nel secondo trimestre che, avverte, se risulterà superiore minaccia di sottrarre forza al Pil del terzo trimestre.

Marco Valsania

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