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La Fed non strappa sui tassi

La Federal Reserve ha alzato i tassi di interesse di un quarto di punto, in una fascia compresa tra 1,50% e 1,75%, scrivendo un nuovo capitolo della graduale strategia di normalizzazione di politica monetaria in uscita dall’era ultra-accomodante seguita alla grande crisi. Ma, in un segno di cautela in occasione del debutto del nuovo chairman Jerome Powell succeduto a Janet Yellen, ha per ora mantenuto invariata a stretta maggioranza la previsione di tre strette in tutto nel 2018. Un’accelerazione del ritiro degli stimoli è invece nelle carte per il 2019, con l’attesa di tre interventi anzichè due, mentre restano invariati due rialzi del costo del denaro nel 2020. I tassi interbancari saliranno entro fine 2020 al 3,4%, oltre il 3,1% finora anticipato.
Powell, nella sua prima conferenza stampa al termine d’un vertice di due giorni da chairman della Fed, ha offerto un messaggio di continuità nella politica monetaria. Ha definito la mossa, decisa all’unanimità dal Fomc, come «un altro passo in una graduale manovra in corso da anni». E parlato di un atteggiamento di middle ground, centrista, che non pecchi di eccessi. Un ulteriore, quarto, rialzo dei tassi entro dicembre non è tuttavia escluso: dei 15 esponenti Fed ben sette sono oggi “falchi” che lo prevedono.
Dove il neopresidente ha segnalato potenziali cambiamenti è nella strategia di comunicazione della Fed con i mercati: sta “considerando” un aumento nel numero di conferenze stampa annuali rispetto alle quattro attuali. Su un altro tema più scottante, i dazi commerciali dell’amministrazione Trump, Powell è al contrario tornato a sfoggiare prudenza: modifiche nella politica d’interscambio non dovrebbero condizionare l’outlook, ha detto, ma esistono timori tra i business leader.
La Fed ha soprattutto espresso fiducia nella salute dell’espansione, sostenuta da riforme delle tasse e politica fiscale: la revisione periodica delle previsioni economiche ha delineato schiarite all’orizzonte. «L’outlook si è rafforzato nei mesi recenti», ha indicato l’istituto centrale. In dettaglio, la Fed pronostica un Pil statunitense al passo del 2,7% quest’anno, contro il 2,5% indicato a dicembre, seguito da un 2,4% nel 2019 rispetto al 2,1% stimato in precedenza. La disoccupazione dovrebbe scendere entro l’anno dai già storicamente bassi livelli del 4,1% al 3,8%, sotto attese finora pari al 3,9 per cento.
L’inflazione, la cui debolezza è stata tra i talloni d’Achille della ripresa ma che alcuni analisti temono possa risorgere a sorpresa, dovrebbe a sua volta mostrare un «movimento al rialzo nei prossimi mesi». È una previsione leggermente più aggressiva rispetto alla passata valutazione di incrementi «entro l’anno», che però non tradisce particolari preoccupazioni per eventuali, imprevisti risvegli. Dovrebbe, stando alla Fed, sollevarsi e stabilizzarsi attorno al desiderato 2% nel «medio termine», nonostante nei prossimi anni possa anche salire leggermente sopra il target. In gennaio i prezzi al consumo sono lievitati soltanto dell’1,7% su base annuale, con il core index depurato delle volatili componenti energetica e alimentare salito dell’1,5 per cento.

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