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La Fed non ce la fa Spiana il bazooka ma la Borsa affonda

NEW YORK — Il Congresso non fa la sua parte, la Federal Reserve da sola non basta: è cominciata male la settimana con un nuovo lunedì nero delle Borse (-3,04% il Dow Jones), deluse per il ritardo nella manovra di bilancio antirecessione. La banca centrale americana aveva tentato di evitare il peggio, prima dell’apertura dei mercati, con una dichiarazione senza precedenti. L’equivalente del celebre “Whatever-it-takes” di Mario Draghi, in questo caso applicato ai mercati finanziari e all’economia reale negli Stati Uniti: la Fed promette liquidità illimitata.
Già la scorsa settimana aveva annunciato il ripristino del “quantitative easing”, la strategia che funzionò dopo la crisi del 2008-2009 quando nell’arco di un quinquennio furono immessi 4.500 miliardi di liquidità per dare credito all’economia a buon mercato, tramite l’acquisto di bond. Se una settimana fa la Fed aveva indicato la sua disponibilità a spendere subito 700 miliardi per acquistare titoli del Tesoro americano più 200 miliardi per comprare titoli legati al finanziamento dei mutui casa, da ieri quelle cifre sono sparite: non c’è più alcun limite. Ora la banca centrale Usa spenderà «qualunque somma necessaria per garantire un funzionamento ordinato dei mercati». Promette «sforzi aggressivi sia per il settore pubblico sia per quello privato»: e con questo allarga anche alle obbligazioni aziendali il ventaglio degli acquisti. E’ un “quantitative easing” al quadrato, al cubo, all’ennesima potenza: dipende da quel che accadrà nell’economia.
La Fed sperava così di ristabilire un po’ di fiducia, visto che la sua sovranità monetaria le consente di stampare dollari teoricamente all’infinito. Invece l’attenzione dei mercati si è rivolta altrove. A conferma che la politica monetaria non è onnipotente, soprattutto di fronte a uno shock che colpisce simultaneamente l’offerta e la domanda, gli investitori si sono focalizzati sulla politica di bilancio: la spesa pubblica può essere più efficace per riempire un vuoto improvviso di consumi e investimenti privati. Ma al Congresso è battaglia tra repubblicani e democratici su dettagli importanti della manovra. L’ammontare complessivo ormai supera i 2 mila miliardi di dollari. È sulla composizione che i partiti si spaccano. Al Senato, per un iter veloce della manovra occorre una maggioranza qualificata di 60 su 100. La minoranza democratica è riuscita a bloccare l’approvazione, accusando la versione attuale del provvedimento di essere troppo generosa con le imprese, senza porre condizioni sui salvataggi ai chief executive che riceveranno prestiti agevolati. Riecheggia un dibattito del 2008-2009, quando i salvataggi bancari furono all’origine di polemiche, per non aver neppure fissato un tetto ai superstipendi dei banchieri. I democratici chiedono che nel nuovo provvedimento le risorse vadano anzitutto ai lavoratori, e al sistema ospedaliero. In mancanza di un accordo, la sinistra potrebbe avviare le votazioni su una manovra parallela alla Camera dove ha la maggioranza. Ma riconciliare due testi di legge diversi approvati nei due rami del Congresso farebbe perdere altro tempo. Intanto vengono aggiornate le previsioni sull’impatto dei vari “lockdown” (le restrizioni alla mobilità entrate in vigore nei giorni scorsi in molti Stati Usa), e le più recenti sono della banca JP Morgan Chase: nel secondo bimestre vede un tracollo del 30% per il Pil americano, senza precedenti nella storia, e una disoccupazione triplicata al 13%. Scommettendo su una ripresa a “v”, cioè un rapido recupero nella seconda metà del 2020, l’anno si chiuderebbe secondo questa previsione con una discesa del Pil pari a meno 2,4%. Brutale perché rappresenta un arretramento di cinque punti del Pil, eppure ottimista, perché presuppone una durata breve della paralisi da pandemia.

 

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