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La Fed lascia i tassi invariati Yellen: «Strette graduali»

La Federal Reserve ha lasciato invariati ieri i tassi di interesse americani, ma ha tenuto la barra ferma su strette in arrivo più tardi quest’anno per gestire un’economia in continua ripresa nonostante sia reduce da frenate della crescita allo 0,7% nel primo trimestre. La decisione è stata presa all’unanimità, segno della fiducia della Banca centrale nella solidità dell’espansione e della convinzione di essere avviata su un cammino sostenibile di normalizzazione della politica monetaria.
La battuta d’arresto nei primi tre mesi dell’anno si rivelerà «probabilmente transitoria», ha indicato la Fed nel suo comunicato al termine di due giorni di riunioni al vertice. Le condizioni di fondo alle spalle della crescita dei consumi, infatti, «restano solide» a cominciare dal «continuo rafforzamento» dell’occupazione. Migliorano gli investimenti aziendali e anche l’inflazione ormai «viaggia vicina» al passo considerato ideale del 2 per cento. I rischi, in un simile quadro, appaiono ai banchieri centrali americani «equilibrati», tanto da permettere di procedere a graduali strette, cioè ai due interventi di rialzo dei tassi al momento previsti tra giugno e dicembre.
Wall Street non è stata sorpresa dalla decisione e dalle valutazioni della Fed. Aveva atteso l’annuncio in un clima caratterizzato da scarsi movimenti, con lievi ribassi degli indici azionari e leggeri aumenti dei rendimenti dei titoli decennali del Tesoro e del dollaro, scambiato a 1,09 con l’euro. Subito dopo il comunicato le piazze finanziarie hanno confermato simili posizioni.
I mercati future danno oggi oltre il 70% di probabilità ad un rialzo dei tassi in occasione del vertice del 13 e 14 giugno, quando verranno aggiornate le previsioni di crescita, occupazione e inflazione e il governatore Janet Yellen terrà la periodica conferenza stampa sull’outlook di politica monetaria. La successiva azione viene pronosticata dai più a settembre. La Fed quest’anno ha già alzato il costo del denaro di un quarto di punto a marzo, portando i tassi interbancari all’attuale fascia tra lo 0,75% e l’1 per cento.
La Banca centrale dovrebbe aver discusso negli ultimi due giorni anche l’altro nodo della normalizzazione della politica monetaria accanto ai tassi: la riduzione del vasto portafoglio di titoli del debito accumulato dalla Fed durante la crisi per aiutare il risanamento. Un portafoglio da 4.500 miliardi di dollari che la Banca centrale ha già indicato di voler cominciare a ridimensionare entro la fine dell’anno. Nel comunicato di ieri non ha offerto nuove informazioni, ma non è escluso che ulteriori dettagli sulla strategia affiorino nelle prossime settimane con la pubblicazione dei verbali della discussione.
Se le intenzioni della Fed di procedere senza intoppi a progressivi rialzi dei tassi appaiono indiscutibili, le incognite economiche sono ancora in grado di influenzare le prossime mosse. Altre grandi banche centrali internazionali, dall’Europa al Giappone, nonostante schiarite sull’espansione si sono dimostrate finora caute nel decidere rientri delle politiche di stimolo. Una realtà che, qualora emergessero nuovi sintomi di fragilità negli Stati Uniti, potrebbe aumentare le pressioni sulla Fed affinché preservi a sua volta una forte misura di prudenza. È difficile però immaginarlo adesso, stando alla presa di posizione unanime di Yellen e desi suoi colleghi. L’occupazione è un pilastro della crescita, con i senza lavoro scesi in marzo al 4,5%, e anche la maggior parte degli analisti indipendenti scommette oggi su una rapida riscossa nella marcia del Pil statunitense, fin dal secondo trimestre dell’anno, dopo la delusione del periodo gennaio-marzo.

Marco Valsania

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