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La Fed ha munizioni per 670 miliardi

NEW YORK — «Non è vero che non abbiamo più munizioni: siamo pronti a intervenire con decisione se la situazione dei mercati e la congiuntura in Europa dovessero peggiorare ulteriormente». La crisi dell’euro sta già pesando negativamente sugli Stati Uniti. Uno studio del Fondo monetario internazionale sottolinea addirittura che i rischi sull’economia globale sono aumentati: resta la minaccia alla stabilità finanziaria globale. E la Federal Reserve ritorna in campo. Per ora, però, Ben Bernanke si limita ad annunciare di avere pronto un arsenale di misure qualora dovessero manifestarsi le temute emergenze, mentre per l’immediato si spera che basti un nuovo intervento di riduzione del costo del denaro attraverso l’acquisto di titoli del Tesoro a lungo termine (soprattutto bond decennali) e la vendita di quelli con le scadenze più brevi: un’operazione da 267 miliardi di dollari che si aggiungono ai 400 messi in circolazione con la prima fase della cosiddetta «operation twist», varata nell’autunno scorso.
Con Barack Obama stretto tra un Congresso che non gli farà passare più alcun provvedimento significativo fino alle elezioni presidenziali di novembre e un’Europa che promette di arginare la sua crisi che già contagia gli Usa, ma per ora continua ad andare alla deriva, tutti guardano alla Federal Reserve, sperando che tenga a galla la scialuppa dell’economia americana. Accusato di aver aiutato la Casa Bianca con la sua politica monetaria accomodante, Bernanke ormai ha margini di manovra ridotti.
Eppure la sua Fed, a ben vedere, non sta facendo grandi favori al presidente: «Certificando» il rallentamento dell’economia e prevedendo che la disoccupazione (oggi all’8,2%) resterà sopra l’8% per tutto il resto dell’anno e non scenderà significativamente nemmeno successivamente (a fine 2014 saremo ancora tra il 7,5 e il 7,8 per cento), la Banca centrale dà un’arma in più al candidato repubblicano Mitt Romney per sostenere che quella di Obama è una strategia economica che non dà speranza.
Dopo aver lungamente analizzato il peggioramento della congiuntura, la Fed ha varato un intervento che i mercati, piuttosto delusi, hanno considerato poco più di un atto dovuto. Wall Street e il dollaro sono andati in picchiata all’annuncio di Bernanke, ma poi hanno recuperato: la Borsa ha chiuso in leggerissima flessione, il dollaro addirittura in recupero.
Del resto erano in pochi ad aspettarsi davvero interventi più vigorosi. La Fed si è già molto esposta in passato a sostegno dell’economia Usa e Bernanke, accusato apertamente dai repubblicani di aver adottato una politica monetaria eccessivamente accomodante, fa fatica a tenere unito il «board» dell’Istituto di emissione, nel quale i governatori di area conservatrice hanno già più volte manifestato il loro dissenso. Ieri solo un membro del Fomc, il «direttorio» della Fed, ha votato contro. Ma nella conferenza stampa alla quale, nell’abito della sua nuova politica di trasparenza, si è presentato subito dopo l’annuncio delle nuove misure, Bernanke è stato bersagliato da numerose domande dei giornalisti su un presunto, eccessivo interventismo della Federal Reserve.
Il presidente dell’Istituto ha ribadito di non volersi sostituire al governo e al Congresso, ha sostenuto di aver fatto solo ciò che riteneva necessario sul piano monetario in una situazione che rimane difficilissima e ha sollecitato gli organi politici a intervenire legislativamente per evitare che a fine anno una serie di meccanismi automatici di taglio delle spese e aumento del prelievo fiscale si abbattano sull’economia, trasformando una ripresa già anemica in recessione.
Bernanke è tornato più volte sull’impatto della crisi dell’Europa, affermando di essere in contatto permanente con Mario Draghi e le altre autorità monetarie dell’eurozona e aggiungendo che, se per ora non sono in vista interventi d’emergenza, il collasso dell’euro sta già costando caro agli Stati Uniti in termini di minori esportazioni Oltreatlantico. Ma il timore principale è quella di un possibile collasso finanziario: evenienza alla quale, ha precisato, «ci siamo preparati anche con un nuovo stress test col quale abbiamo verificato la tenuta delle banche Usa davanti a un nuovo, possibile choc esterno».
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