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La Fed comincia a smantellare il Qe

La Federal Reserve ha deciso di far scattare la riduzione del suo colossale portafoglio titoli da ottobre, dando fiducia alla ripresa e avviando, con un “taglio” mensile da dieci miliardi, la rimozione della storica manovra di Quantitative easing con la quale aveva combattuto la crisi. La Fed, pur lasciando ieri invariati i tassi di interesse, ha anche rilanciato l’attesa di un nuovo aumento del costo del denaro a dicembre, quando i governatori si aspettano in media che salga all’1,25-1,50 per cento.
La presa di posizione della Banca centrale americana è stata unanime, facendo impennare al 72% dal 53% sui mercati future le probabilità di una stretta di un quarto di punto a fine anno. A Wall Street gli indici di Borsa hanno reagito con lievi cali mentre sono saliti i rendimenti obbligazionari.
L’andamento dell’inflazione – solo in agosto in salutare recupero – rimane tuttavia la grande incognita sulla strada di normalizzazione della politica monetaria: nell’aggiornare i pronostici sull’outlook dell’economia, la Fed ha fermato i prezzi a incrementi dell’1,6% nel 2017 e fatto slittare di un anno, al 2019, il traguardo ideale del 2 per cento. «La nostra comprensione delle forze che guidano l’inflazione è imperfetta», ha ammesso il presidente Janet Yellen durante la periodica conferenza stampa ricordando che la strategia della Fed rimarrà comunque accomodante.
Per il 2017 la crescita è stata ritoccata al rialzo, al 2,4% dal 2,2%, e la disoccupazione al ribasso, al 4,3% dal 4,4%, ma in prospettiva il ritmo dell’espansione è invariato all’1,8 per cento. Un clima che ha visto il target sui tassi al 2020 semmai ridimensionato al 2,8% dal 3 per cento. La maggioranza degli esponenti del vertice, oltre a scommettere su una stretta a dicembre, ha mantenuto ferma l’attesa di tre interventi nel 2018, frutto di giudizi sulla ripresa che vedono al momento rischi «equilibrati».
I riflettori sono però rimasti puntati anzitutto sul rientro dal Qe. Yellen, la cui posizione è complicata da un mandato che termina a febbraio ed è nelle mani della Casa Bianca, ha sottolineato che la riduzione del portafoglio avverrà in modo «graduale e prevedibile» per evitare qualunque shock. Il tapering – che comincerà il 13 ottobre per il portafoglio immobiliare, il 31 ottobre per i titoli del Tesoro – era infatti previsto ma non per questo è meno significativo. Si volta pagina su politiche non convenzionali che hanno fatto scuola, dall’area euro al Giappone. Un successo nel loro rientro senza traumi – operazione altrettanto inedita – legittimerà il loro futuro nell’arsenale delle banche centrali. L’azione della Fed verrà inoltre seguita con particolare attenzione dalla Bce.
Decollato dal 2008, l’acquisto di titoli garantiti da mutui e del Tesoro ha gonfiato il bilancio Fed fino a 4.500 miliardi dai circa 900 pre-crisi. In tutto sono stati acquistati 1.700 miliardi in derivati immobiliari e 2.400 miliardi in titoli di Stato. Anche con la progressiva riduzione, il bilancio Fed dovrebbe rimanere imponente: tra i 2.400 e i 3.500 miliardi all’inizio del prossimo decennio, secondo il governatore della sede di New York William Dudley.
La scelta di avviare senza ulteriori indugi il tapering è avvenuta tra preoccupazioni che gli eccezionali stimoli possano incoraggiare bolle speculative negli asset finanziari. Sotto la prudente leadership di Yellen, la Fed affina però ormai da tre anni i piani, tenendo conto di errori di scarsa preparazione dei mercati che nel 2013 provocarono un “taper tantrum”, scosse per paventate riduzioni negli acquisti di asset.

Marco Valsania

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