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La Fed «blocca» i tassi, rialzo entro l’anno

La Fed mantiene le promesse. Nessun rialzo immediato sui tassi di interesse, che però è pronto a scattare entro fine anno. La Fed, nonostante divisioni interne insolitamente dure, ha lasciato invariata la strategia accomodante a sostegno di una crescita inadeguata, con i tassi interbancari inchiodati tra lo 0,25% e lo 0,50% dove li aveva portati con la prima e finora isolata mini-stretta sul finire del 2015. Adesso potrebbe aspettare almeno fino allo scoccare dei dodici mesi da quella scelta, al dicembre 2016, per procedere con un secondo intervento che riprenda il graduale cammino di normalizzazione della politica monetaria. «Per il momento attendiamo ulteriori dimostrazioni di progressi», ha fatto sapere nel comunicato al termine di due giorni di riunioni.
Il presidente Janet Yellen, durante la conferenza stampa seguita all’annuncio, ha assicurato che la scelta non rappresenta «mancanza di fiducia nell’economia», della quale è «generalmente soddisfatta». Piuttosto riflette semplicemente «il margine per ulteriori miglioramenti sul mercato del lavoro». Un approccio cauto «particolarmente appropriato», ha ricordato, perché la Fed è oggi meglio attrezzata per rispondere a minacce inflazionistiche che a rovesci economici. Ma, ha aggiunto, se l’economia «sembra avere maggior possibilità di recupero, non vogliamo che si surriscaldi».
Le novità nella presa di posizione della Fed erano state a loro volta anticipate dagli analisti. La Banca centrale ha reintrodotto un esplicito giudizio sui rischi per l’outlook: «Nel breve termine appaiono in equilibrio», si legge nel comunicato. Affermazione che lascia la porta più chiaramente aperta proprio a una futura stretta, probabilmente nell’ultimo vertice del Fomc dell’anno visto che il prossimo sarà a ridosso delle elezioni presidenziali dell’8 novembre.
Nell’aggiornare le previsioni economiche, i vertici della Fed hanno offerto ragioni indirette per la loro scelta prudente. Hanno limato la crescita del 2016 all’1,8% dal 2% e ribadito il 2% per il 2017. Hanno però soprattutto ridimensionato le stime di crescita nel lungo periodo, scese a loro volta all’1,8% dal 2 per cento. Un sintomo significativo che la Banca centrale potrebbe sempre più rassegnarsi all’avvento di una cosiddetta «stagnazione secolare» che riduca tanto le aspettative di crescita che l’efficacia degli stimoli.
I tassi a lunga, in questo clima, agli occhi degli esponenti della Banca centrale si assesteranno al 2,9%, meno del 3% suggerito in passato. Pronostici che fanno presupporre che la Fed si prepari a una stretta nel 2016 – data ieri sera al 60% dai future sui fed funds – seguita da due l’anno prossimo e tre nel 2018 e 2019.
Il percorso di rialzi, tuttavia, è più «morbido» rispetto a quanto indicato a giugno. E con il vertice di dicembre preceduto da molteplici statistiche sulla salute dell’espansione e da incerte elezioni per la Casa Bianca, anche un intervento a dicembre è dato per men che certo. Qualcuno, come Mark Grant di Hilltop Securities, lo fa slittare al 2017. «Il FOMC non ha modificato i tassi d’interesse ma ha posto le basi per una mossa prima di fine anno – commenta Lee Ferridge, Responsabile Multi-Asset Strategy per il Nord America di State Street Global Markets -. Sarà però necessario un rafforzamento dei dati tra adesso e fine anno affinché la Fed prosegua in questa direzione». La Fed «è pronta a una stretta nel 2016 se l’economia procederà sull’attuale strada» di moderata espansione, dice Stefan Kreuzkamp, Chief investment Officer di Deutsche Asset Management. La Fed stessa ha riaffermato di «continuare a monitorare indicatori dell’inflazione e sviluppi economici e finanziari internazionali».
La decisione di ieri ha però messo in evidenza la posizione sempre più scomoda del presidente Yellen e della maggioranza Fed nel difendere posizioni ultra-accomodanti. Ben tre esponenti della banca centrale hanno espresso aperto dissenso. I dissidenti, le voci più aggressive dei “falchi” che chiedevano un immediato rialzo del costo del denaro, considerando l’economia abbastanza forte e semmai esposta a squilibri finanziari e inflazione, sono i governatori della sede di Kansas City Esther George, di Cleveland Loretta Mester e di Boston, la colomba diventata falco Eric Rosenberg. Yellen ha cercato di presentare anche questo dissenso come un vantaggio: «È bene che la Banca centrale non soffra di patologie da pensiero di gruppo».

Marco Valsania

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