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La Fed archivia gli aiuti alle banche

Le parole chiave seguite con attenzione per decifrare le intenzioni della Federal Reserve erano una manciata: anzitutto «periodo rilevante», riferite all’impegno della Fed a mantenere ancora a lungo tassi d’interesse vicini allo zero. Poi, a rafforzamento di queste, l’espressione che ritrae il quadro occupazionale: la «significativa sotto-utilizzazione delle risorse» sul mercato del lavoro.
La Fed, all’uscita dal vertice di ieri, nel delineare le prospettive di politica monetaria, le ha confermate tutte quelle parole rivelatrici. Scegliendo un percorso cauto nel ritiro degli stimoli alla crescita, senza per ora suggerire strette prima della metà dell’anno prossimo. Un percorso che vuole rassicurare sia gli operatori economici che i mercati. La Fed ha messo in chiaro di aver pronto un piano di «normalizzazione» della politica monetaria. Ha formalizzato la exit strategy: per muovere i tassi interbancari ricorrerà anzitutto a interventi sugli interessi per le riserve in eccesso depositate dalle banche presso la Fed. Poi, a seconda delle necessità, altri strumenti. Una volta iniziati rialzi dei tassi la Fed porrà inoltre fine al reivestimento di titoli in scadenza accumulati nel suo bilancio dai successivi Qe.
Ma oggi la Fed si accontenta di annunciare come anticipato la fine dei suoi acquisti di asset a ottobre, quando avverrà l’ultima operazione da 15 miliardi. Archiviato l’ultimo “quantitative easing”, invece, il presidente Janet Yellen e la maggioranza del board della Fed, con due dissensi, non hanno fretta. Il mercato del lavoro «è ulteriormente migliorato», ma la disoccupazione «è poco cambiata». L’espansione avanza a «passo moderato». E l’inflazione rimane «al di sotto degli obiettivi», a sua volta tuttora segno di debolezza della crescita. Qualunque futura decisione sui tassi, ha così detto Yellen in una conferenza stampa dove ha ribadito il risanamento incompiuto del mercato del lavoro, «dipenderà dal giudizio sull’economia».
Le revisioni dell’outlook economico e sui tassi che hanno accompagnato il vertice di politica monetaria hanno visto 14 su 17 esponenti del vertice allargato della Fed prevedere rialzi dei tassi nel corso dell’anno prossimo, con una sola opinione a favore di una stretta già quest’anno e due semmai inclini ad attendere fino al 2016. La Banca centrale pronostica tassi interbancari tra l’1,2%% e l’1,50% a fine 2015, tra il 2,75% e il 3% a fine 2016 e sopra il 3% nel 2017. La crescita dovrebbe attestarsi tra il 2% e il 2,2% quest’anno, meno del 2,1-2,3% stimato in precedenza, il tasso di disoccupazione al 5,9-6%, meglio del 6-6,1%, e l’inflazione, invariata, all’1,5-1,7% per cento. Per il 2015 l’attesa per il Pil è scesa al 2,6-3% dal 3-3,2 per cento.
I recenti dati economici avevano offerto ragioni a entrambe le posizioni interne alla Fed sui tassi. Alle “colombe”, cioè, quali il governatore della sede di Boston Eric Rosengren, che vogliono prolungare atteggiamenti accomodanti. E ai “falchi”, quali il dissenziante governatore della sede di Philadelphia Charles Plosser, impazienti di far scattare le prime strette per evitare rischi di squilibri e inflazione.
Nel secondo trimestre dell’anno la crescita americana ha marciato al robusto passo del 4,2%, dopo una contrazione del 2,1% nei primi tre mesi, dando prova di accelerazione. L’occupazione, dopo mesi solidi, in agosto ha tuttavia frenato: il tasso dei senza lavoro è sceso al 6,1% ma sono stati creati soltanto 142.000 nuovi impieghi, l’andamento più debole da inizio anno. Proprio ieri, inoltre, l’inflazione misurata dall’indice dei prezzi al consumo è scivolata nel mese scorso dello 0,2%, la prima flessione dal 2013. Nell’ultimo anno il passo dei prezzi è stato dell’1,7%, sotto il 2% calcolato a luglio. Questo è anche il target ottimale indicato dalla Banca centrale, che utilizza quale preferito riferimento un diverso parametro, i prezzi legati ai consumi personali contenuti nel Pil. Anche questo, però, come ribadito dal vertice della Fed è finora rimasto inferiore al 2 per cento. Yellen, parlando di speranze per l’economia, ha infine affrontato la crisi europea: «Una ripresa della crescita e un aumento dell’inflazione saranno un bene per gli Stati Uniti e il resto del mondo».

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