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La Fed dà appuntamento a dicembre

La Federal Reserve, quando ormai mancano cinque giorni all’appuntamento dell’8 novembre con le urne, ha deciso di non aggiungere sorprese e incertezze alle tensioni scatenate dalla elezioni americane: ha mantenuto ferma la barra del timone di politica monetaria, lasciando invariati tassi d’interesse ultra-accomodanti per la crescita nella fascia tra lo 0,25% e lo 0,50 per cento. Ma la Fed ha inviato un chiaro messaggio che la più volte rinviata stretta è sempre più probabile ed è pronta a scattare a fine anno, in occasione del suo vertice del 13 e 14 dicembre: ha segnalato che l’inflazione, finora uno dei talloni d’Achille della ripresa, «è aumentata in qualche misura» pur restando al di sotto del target del 2%. E che per procedere con la normalizzazione ha ormai bisogno solo più di «alcune ulteriori prove» di ininterrotti passi avanti dell’economia.
«Il mercato del lavoro ha continuato a rafforzarsi e la crescita dell’attività economica ha accelerato rispetto al modesto passo visto nella prima parte dell’anno», ha fatto sapere la Fed nel suo comunicato. In questo contesto, pur non ritoccando per ora al momento il costo del denaro, i vertici della Banca centrale ritengono che «il caso per un aumento dei tassi interbancari si sia rafforzato».
Ancora: la Fed sottolinea di aspettarsi esplicitamente in futuro un’espansione moderata e miglioramenti occupazionali «con graduali correzioni della posizione di politica monetaria». La Banca centrale ha approvato la decisione con otto voti a favore e due voti contrari, i falchi Loretta Mester e Esther George che avrebbero voluto alzare immediatamente i tassi. Un terzo passato dissenziente, Eric Rosenberg di Boston, si è unito alla maggioranza, segno che ha ottenuto assicurazioni su un’azione a dicembre.
I mercati – come dimostrato ieri da scarse oscillazioni – avevano ampiamente previsto che la Fed passasse la mano durante il suo vertice di due giorni, scommettendo piuttosto che un rialzo del costo del denaro sia in programma nell’ultimo vertice dell’anno, una chance adesso salita almeno al 72 per cento. Una scelta, quella attendista, in omaggio a una tradizione di cautela della Banca centrale al cospetto degli appuntamenti elettorali, oltre che a calme condizioni economiche che ai suoi occhi non le impongono di intervenire con urgenza.
La prudenza della Fed di Janet Yellen potrebbe diventare in particolare un punto di riferimento rassicurante in caso di una vittoria a sorpresa di Donald Trump nella corsa per la Casa Bianca, che vede gli analisti pronosticare flessioni anche dell’8% di Wall Street in reazione alle incognite presentate da una sua presidenza. Un successo di Hillary Clinton potrebbe essere accolto con maggior sollievo, ma eventuali battaglie legali sul voto oppure prospettive di polemiche paralizzanti a Washington in presenza di esiti poco convincenti potrebbero a loro volta innervosire gli operatori.
La probabilità di una graduale manovra restrittiva, in assenza di shock, appare tuttavia dettata dai più recenti dati economici. L’economia americana ha accelerato l’andatura al 2,9% nel terzo trimestre, più del 2,5% previsto e quasi il triplo rispetto all’1,1% dei primi sei mesi del 2016. E ieri le domande settimanali di sussidi di disoccupazione sono diminuite di 3.000 unità a 258mila, rimanendo sotto la soglia di 300mila per l’86esima settimana consecutiva, un record dal 1970 che è di buon auspicio per il continuo risanamento del mercato del lavoro.
Segni meno robusti ma comunque incoraggianti sull’occupazione sono arrivati dal dato Adp che stima la creazione di posti nel settore privato: in ottobre i nuovi impieghi sono stati 147mila, anche se meno dei 170mila previsti. Domani gli analisti si aspettano che il dipartimento del Lavoro riporti un aumento complessivo di 173mila occupati nel mese scorso, più dei 156mila di settembre, e un tasso di disoccupazione in calo al 4,8% dal 5 per cento.

Marco Valsania

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