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La Fed alza il costo del denaro «Ma l’anno prossimo più cautela»

«Non guardiamo a un solo mercato, ma a più realtà. Valutiamo i numeri, un largo spettro di indicatori e ci muoviamo solo sulla base di questi». Con un paio di frasi il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, ha lasciato cadere simultaneamente gli attacchi di Donald Trump e le ansie delle Borse. Risultato: ieri il Fomc, il comitato monetario della banca centrale, ha deciso «all’unanimità» di alzare il tasso di interesse dello 0,25%, nella fascia tra il 2,25 e il 2,50%. Wall Street ha reagito male: all’annuncio l’indice Dow Jones ha perso l’1,6%, per poi chiudere in calo dell’1,49%. Nei giorni scorsi Trump aveva definito «incredibile» la scelta di aumentare i tassi.

Nella conferenza stampa Powell ha spiegato che la politica monetaria non è in una fase «restrittiva». La correzione si è resa necessaria per mantenere il tasso di inflazione sotto la soglia-obiettivo del 2%, considerando che il tasso di disoccupazione si è stabilizzato sui minimi storici: 3,7% quest’anno e ancora meno, 3,5%, il prossimo. Powell non si è sbilanciato sul futuro: «non siamo su un sentiero predeterminato». Nel documento ufficiale si legge che ci potranno essere «ulteriori rialzi» nel 2019. Probabilmente due, secondo quanto riferito alle agenzie da alcuni componenti del comitato, anziché i tre previsti finora, con una soglia di arrivo intorno al 3%, da qui a dodici mesi.

La Fed ha rivisto al ribasso le previsioni della crescita americana. Il 2018 dovrebbe chiudere con un incremento del Prodotto interno lordo pari al 3%, contro la stima del 3,1% formulata lo scorso settembre. Per il 2019 si scende dal 2,5% di settembre al 2,3%. Poi l’orizzonte si stempera: le percentuali sul 2020 e 2021 rimangono invariate: 2% e 1,8%. Sono i numeri di un forte rallentamento, considerando che Casa Bianca e Congresso hanno spinto la crescita con il taglio delle tasse per le imprese. Ma non è lo scenario di una recessione alle porte. Powell vede solo «un’attenuazione della crescita». La spesa delle famiglie continua a sostenere i consumi e anche i salari cominciano a lievitare «gradualmente». I freni vengono dall’esterno: «C’è un indebolimento della crescita globale e ci sono diverse incognite internazionali». Tra queste il numero uno della Fed cita l’andamento dell’euro, gli effetti della Brexit e, con un brevissimo inciso, la trattativa tra Italia e Ue.

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