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La Fed allontana il rialzo dei tassi Usa

La Federal Reserve ha molti dubbi che un rialzo dei tassi d’interesse americani possa essere deciso il mese prossimo. Il dibattito nell’ultimo vertice di aprile della Banca centrale statunitense, svelato ieri dalla pubblicazione dei verbali, ha mostrato come ben pochi esponenti credano che le condizioni stabilite per un avvio della normalizzazione della politica monetaria – continue schiarite occupazionali, solida crescita e inflazione avviata al 2% – esisteranno già a metà anno, per il vertice del 16 e 17 giugno.
Pur senza escluderlo, «numerosi partecipanti ritengono improbabile che i dati forniranno sufficienti conferme» di una espansione adeguata a legittimare una stretta sul costo del denaro. La posizione maggioritaria dentro la Fed è stata in linea con gli auspici dei mercati: a Wall Street gli indici di Borsa hanno guadagnato leggermente terreno dopo l’annuncio, con l’indice S&P 500 a nuovi massimi.
Il giudizio della Fed sull’economia si è fatto più cauto negli ultimi mesi. All’inizio dell’anno Washington aveva indicato di essere pronta a considerare una stretta a giugno. Successivi dati hanno però evidenziato una nuova frenata della ripresa, con il Pil che si è probabilmente contratto nel primo trimestre e una gelata scesa anche sull’occupazione. La Fed ha giudicato l’indebolimento temporaneo, ma ieri ha dato spazio al timore che in gioco ci siano anche fattori più persistenti, quali il rafforzamento del dollaro e del calo del petrolio, il cui impatto potrebbe essere stato sottovalutato. Già in marzo, inoltre, aveva ridimensionato le previsioni sulla crescita mostrandosi incline a rinviare ogni mossa sul costo del denaro verso la fine del 2015.
A preoccupare, accanto a un’inflazione sempre distante dall’auspicato 2%, è una creazione di posti di lavoro tornata in media quest’anno sotto le 200mila unità al mese rispetto alle oltre 300mila di fine 2014. Davanti a questo, le voci dei contrari a una stretta prima del 2016 hanno trovato maggior eco, in particolare quelle di Charles Evans della sede di Chicago e di Narayana Kocherlakota di Minneapolis. Anche il governatore della Fed di New York, William Dudley, molto vicino al presidente Janet Yellen, ha suggerito possibili rinvii.
Di riflesso alla Fed, il dollaro ha leggermente perso terreno e l’euro ne ha approfittato per recuperare quota 1,11 pur rimanendo sotto i valori della vigilia. In precedenza per le Borse europee era stata una giornata di transizione, con un orecchio sempre teso alle vicende legate alla Grecia: Milano ha chiuso il rialzo dello 0,25%, Parigi a +0,31% e Madrid a +0,66%, mentre Francoforte è rimasta al palo (-0,04%). Qualche vendita invece ha riguardato i titoli di Stato, soprattutto nel pomeriggio quando Moody’s ha lanciato l’allarme sul rischio congelamento dei depositi greci e il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble, non ha escluso la possibilità di un default di Atene. Il tasso del BTp decennale è risalito all’1,86% e lo spread sul Bund si è attestato a 123 punti. Ma il movimento più significativo resta quello dell’euro/dollaro: per ora è il cambio a dettare il ritmo ai mercati.
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