Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

La febbre del voto contagia i mercati

A poche ore dall’avvio del fine-settimana elettorale che regalerà all’Europa un nuovo parlamento sale anche sui mercati la febbre del voto. Il timore di un’affermazione dell’area euro-scettica che possa mettere a repentaglio il percorso di riforme e di consolidamento fiscale si è tradotto ieri (dopo le vendite dei giorni scorsi) in una seduta densa di tensione e caratterizzata da una volatilità per i titoli di Stato «periferici», BTp in testa, e per la Borsa che non si vedeva da tempo.
Così il rendimento del decennale si è spinto in avvio di giornata fino al 3,35% (massimi da quasi due mesi), portando lo spread nei confronti della Germania a toccare quota 200 per la prima volta nell’era del Governo Renzi, per poi ripiegare in modo altrettanto rapido dando anche respiro a Piazza Affari (che ha chiuso a +1,07%, migliore d’Europa). Il brusco dietrofront è verosimilmente collegato a una serie di ricoperture, visto che le forti vendite delle precedenti quattro sedute avevano portato i titoli di Stato italiani a rimangiarsi circa un terzo dell’avanzata registrata da inizio anno (e oltre il 60% quando si guarda al differenziale con la Germania).
Il flop dell’asta tedesca
Non c’è dubbio però che la dinamica si sia accentuata dopo due eventi chiave intervenuti nel corso della giornata. Il primo è il deludente risultato dell’asta tedesca: dei 5 miliardi del nuovo benchmark a 10 anni lanciato nel corso della mattinata, Berlino è riuscita a piazzare soltanto 3,772 miliardi (il resto è stato coperto come di consueto dalla BundesBank). A riprova del fatto che gli investitori non sembrano poi così disposti a rifugiarsi nel Bund a ogni prezzo (1,41% il tasso ieri in asta) e che la caccia ai rendimenti che fino a qualche giorno fa ha premiato Italia, Spagna e Portogallo non si è evidentemente sopita del tutto.
Alla fine della giornata il BTp si è quindi assestato al 3,20% (spread a quota 183) e ancora meglio si è comportato per la verità il Bono (3,01% e 164 punti base). Occorre peraltro ricordare che il Tesoro italiano ha avuto ieri miglior sorte rispetto a quello tedesco, conducendo in porto l’operazione di concambio precedentemente annunciata (la seconda di questo tipo nel 2014) per alleggerire le scadenze del 2015 e del 2017. In sostituzione di BTp e CcT con durata di questo tipo è stato infatti offerto un nuovo BTp con scadenza dicembre 2018 per un ammontare di 2,8 miliardi.
Torna la fiducia in Europa
La seconda svolta della giornata si è avuta invece nel pomeriggio quando, dopo l’apertura favorevole di Wall Street in attesa dei verbali dell’ultima riunione della Federal Reserve, sono arrivate finalmente buone notizie anche dal Vecchio Continente. In base alla stima flash di Eurostat la fiducia dei consumatori nell’Eurozona è aumentata a maggio di 1,5 punti a quota -7,1 rispetto ad aprile: un dato che riporta l’indicatore ai livelli di ottobre 2007, precedenti allo scoppio della crisi finanziaria, e che ha contribuito a riportare un po’ di sereno dopo le delusioni della scorsa settimana, spingendo soprattutto le Borse. Il rialzo di Piazza Affari si è legato soprattutto al recupero delle banche (con l’esclusione di Carige, crollata del 17% per il collocamento dell’11% del capitale da parte della Fondazione).
L’euro arretra, ma non troppo
Qualche movimento si è visto infine pure sul cambio euro/dollaro, anche se di gran lunga inferiore a quanto si è assistito sugli altri mercati. La divisa comune è scesa di poco sotto quota 1,37 dollari (1,366 per la precisione, minimi da metà febbraio) in un movimento collegato soprattutto alle attese per le mosse della banca centrale europea (Bce). Molti analisti restano tuttavia scettici sulle possibilità di ridurre in modo significativo il cambio, visto che i valori di mercato attuali sembrano già dare per scontato un taglio del tasso di rifinanziamento e di quello sui depositi da parte di Francoforte.
«Difficilmente l’euro scenderà molto al di sotto di 1,35 dollari, a meno che la Bce non agisca per invertire in modo deciso la riduzione del proprio bilancio e i rendimenti Usa a 10 anni non sfondino quota 3%», sostiene per esempio Sara Yates, strategist sulle valute di Jp Morgan Private Bank: un compito non facile vista la resistenza «politica» che Mario Draghi dovrà fronteggiare per avviare un piano di «quantitative easing» vero e proprio e quella «tecnica» che i tassi del T-Bond (ieri al 2,54%) stanno incontrando nel risalire.
Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Con una valutazione pari a tre volte i ricavi, ossia di 1,5 miliardi di euro, Cedacri sta per essere...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Ecco uno squarcio sui ritardi del piano italiano per accedere ai 209 miliardi del Next Generation Eu...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Alla fine il governo ha deciso di sposare la linea del Comitato tecnico scientifico: scuole di ogni ...

Oggi sulla stampa