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La falsa partenza delle città metropolitane

Il modello doveva essere quello dei grandi centri europei – come Londra, Amsterdam o Barcellona – che per ora restano però solo un miraggio. Perché le città metropolitane nostrane, a due anni e mezzo dal loro debutto, fissato al 1° gennaio 2015, navigano ancora a vista. E se nelle Regioni a statuto ordinario la situazione dei neonati «enti territoriali di area vasta» – come sono stati ribattezzati, insieme alle Province, dalla legge 56 del 2014 che li ha istituiti – dà qualche flebile segno di vita, nelle Regioni autonome, in particolare in Sicilia, la riforma è ancora al palo.
Il monitoraggio avviato dal Sole 24 Ore nelle 14 città metropolitane – dieci istituite dalla legge 56 e le altre quattro (Cagliari, Palermo, Messina e Catania) nate per iniziativa di Sardegna e Sicilia, che in virtù dell’autonomia hanno nel settore proprie competenze – fotografa una situazione di grande ritardo. Realtà che contribuisce a rendere ancora più traballante il quadro emerso all’indomani del referendum del 4 dicembre scorso, che ha affossato la riforma del bicameralismo perfetto, nella quale era contenuta una parte sugli enti di area vasta e, in particolare, sulla soppressione delle Province (si veda l’articolo in basso).
L’istantanea scattata sulla base dei dati forniti dalle città metropolitane porta a dire che solo Firenze e Genova si sono pienamente adeguate al nuovo corso. Dando per scontato che i dieci enti di area vasta delle Regioni a statuto ordinario si sono tutti insediati e hanno adottato lo statuto, la partita ora si gioca su altri adempimenti. E Firenze e Genova sono gli unici due centri a essersi, per esempio, dotati del piano strategico triennale, che costituisce l’atto di indirizzo dell’ente e deve essere aggiornato ogni anno, e ad aver approvato sia il rendiconto 2016 sia il bilancio preventivo per quest’anno. La città metropolitana toscana, a differenza di quella ligure, ha poi scelto nello statuto di non optare per l’elezione diretta del sindaco metropolitano, via che invece è stata seguita da Genova.
A parte questi due centri, il resto delle città metropolitane si muove in ordine sparso. In una virtuale classifica, dopo Firenze e Genova potrebbero stare Roma e Milano. L’ente capitolino, che ha un ordinamento a sé, ha compiuto tutti i passaggi previsti: ha adottato il piano triennale e approvato il rendiconto 2016, mentre è ancora alle prese con il quadro dei conti del 2017. Milano, di contro, è in linea con il piano triennale, mentre stenta sui bilanci 2016 e 2017. In particolare – ed è storia di questi giorni – l’approvazione del rendiconto 2016 ha provocato forti tensioni politiche, arrivate fino a ventilare l’ipotesi di dimissioni di massa dei consiglieri metropolitani, ipotesi che si concretizzerà se in settimana il Governo non ufficializzerà la proroga di approvazione del bilancio. Intanto, da oggi, 33 precari restano a casa. E questo perché la situazione finanziaria, per quanto non ascrivibile all’attuale gestione ma all’intrecciarsi dei meccanismi contabili che hanno generato gli enti di area vasta, è in profondo rosso: mancano quasi 47 milioni di euro.
Quella di Milano è la situazione di maggiore sofferenza, seguita da Torino, con un disavanzo di 20 milioni, e Roma (a meno 16,7 milioni ). Più contenute le “perdite” di Genova, che ha un buco di 2 milioni.
Per quanto la situazione contabile delle altre dieci città metropolitane sia più regolare, anche in questi casi non si dormono sonni tranquilli. Lo dimostra il fatto che si fa fatica a chiudere i bilanci, tanto quelli del 2016 che i preventivi di quest’anno. Una piccola boccata d’ossigeno potrebbe arrivare dalle norme contenute nella manovrina (il Dl 50, di recente convertito in legge), che ha assegnato 12 milioni sia per l’anno in corso che per il prossimo alle città metropolitane delle Regioni a statuto ordinario, a cui si aggiungono 10 milioni nel 2017 e 20 a partire dal 2018 per la città metropolitana di Cagliari e le province sarde.
Quest’ultima, insieme ai tre enti siciliani, merita un discorso a parte, perché in quelle realtà il ritardo è più marcato. La città metropolitana di Cagliari è qualche passo più avanti: è, infatti, diventata operativa quest’anno, raggruppando 17 dei 77 Comuni dell’ex provincia cagliaritana. Questo ha, però, creato altri problemi, perché ora ci si trova a dover capire in che maniera l’imposta provinciale di trascrizione al Pra e quella sulla Rc auto debbano essere divise tra il neonato ente metropolitano e la nuova provincia del Sud Sardegna, generata dal resto dei 60 Comuni rimasti fuori dalla città.
In assoluto stallo è, invece, la situazione delle città metropolitane della Sicilia: a Catania, Messina e Palermo la riforma non è partita e si è ancora nelle mani dei commissari. Deve essere fatto tutto, a cominciare dall’elezione degli organi (si sono insediati solo i sindaci metropolitani) e dall’adozione degli statuti. E anche qui si fanno sentire i problemi finanziari. Alla città metropolitana di Palermo sottolineano come quest’anno, su un bilancio di entrate correnti di 90 milioni, 62 debbano essere trasferiti allo Stato. Le risorse che restano vengono utilizzate per pagare gli stipendi del personale, che da 1.300 addetti è sceso a 800, anche perché un liceo linguistico prima di competenza della provincia è stato assorbito dal ministero dell’Istruzione. Ma si tratta di una magra consolazione.

Antonello Cherchi

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