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La faida Caprotti non finisce più Esselunga rischia un padrone straniero

MILANO — Caprotti contro Caprotti. Da una parte Bernardo fondatore e patron dell’Esselunga, dall’altra i figli del primo matrimonio Giuseppe e Violetta. In discussione c’è la titolarità di un pacchetto pari a due terzi del colosso della grande distribuzione. I figli sostengono che il padre ha loro «dato le azioni e poi se l’è riprese»; Bernardo parla di «assegnazione» e di un ripensamento «previsto dal contratto, fatto per il bene dell’azienda ». Il lodo arbitrale e la sentenza di primo grado per ora danno ragione al padre. Oggi si terrà l’udienza dell’appello, ma la causa andrà — con tutta probabilità — fino in Cassazione, perché le parti non si accordano. Il patron di Esselunga non ammette ripensamenti.

«They have gone too far (si sono spinti troppo in là ndr) — dice in inglese — ma lo sa che hanno chiesto il sequestro delle mie azioni? ». Violetta non parla, mentre Giuseppe vorrebbe «risolvere la questione in famiglia, ma escludo che mio padre sia d’accordo».
Fanno scalpore le donazioni milionarie a manager e parenti fatte dal 2010 a ora. In proposito, l’imprenditore spiega: «Nessuna ingiustizia, mi creda. Anzi, tutti hanno avuto molto e quello che fa male è che in Esselunga c’è gente che si alza alle 6 per lavorare e non si lamenta, non capisco come osano farlo i miei familiari». Sulle somme pagate dal patrimonio personale ricorda: «L’Italia è una paese bislacco, per usare un eufemismo: se vuoi dare un premio di 100 euro, devi pagare oltre il doppio perché il resto va in tasse». In verità i figli non reclamano i premi, ma le quote dell’azienda “affidate loro” nel ‘96 e poi “sottratte” nel 2011. Forse la verità è che la prima famiglia di Caprotti si è sentita messa in un angolo dalla “terza famiglia” dell’imprenditore, quella che Bernardo ha costruito intorno all’Esselunga. Legami consolidati nel tempo, tanto che una storica dirigente del gruppo avrebbero fatto assumere quattro nipoti e due mariti nelle stesse. E’ vero che si tratta di sei dipendenti qualificati su 20.200, ma è anche vero che nessun parente del fondato lavora in Esselunga.
Eppure racconta Bernardo: «Giuseppe e Violetta sono stati cresciuti per imparare il mestiere». Il figlio era stato mandato a studiare a Chicago da Charles Fitzmorris, un uomo a cui il fondatore attribuisce tanti meriti del successo del gruppo. «Ci ha insegnato tutto, da come fare i magazzini all’informatica — spiega — è stato un uomo chiave per l’Esselunga». Su questo concorda anche Giuseppe: «Quelli a Chicago sono stati anni fondamentali, sia dal punto di vista lavorativo che personale». Ma dopo i bei tempi, nel 2004 arriva la rottura con Giuseppe, e anche Violetta si trova messa in mezzo tanto che per non mettere in minoranza il fratello, si rifiuta di vendere al padre le sue quote in cambio di 84 immobili del gruppo. «Una famiglia è una famiglia — dice Giuseppe — mia sorella voleva rivedere i nipoti che non incontrava dal 2004. Così si è rifiutata di accettare la proposta di mio padre». Il patron di Esselunga dà un’altra versione della storia. «Arrivato a 70 anni, che è una bella età — dice Bernardo — ho pensato di attribuire ai tre figli le quote dell’azienda dando a mio figlio Giuseppe il 36% a sua sorella Violetta il 32% e all’altra figlia Marina il 32%. Noti bene che mia moglie allora non disse parola, eppure le stavo togliendo una parte importante del patrimonio». Ora che a 88 anni Bernardo vorrebbe fare un po’ di vacanza, andare alle terme, vedere la Polonia, «Mi piacerebbe visitare Varsavia e Cracovia ». Così a fine anno andrà in pensione per sentirsi autorizzato a prenderla con comodo, ma sarà sempre presente in azienda. «Un imprenditore in vacanza non ci va mai — dice — chi si prende la responsabilità di prendere le decisioni, un management non può fare certe scelte da solo, e questo rallenta l’azienda e la velocità è tutto».
Bernardo ha già pensato al futuro dell’Esselunga dopo di lui. Il testamento ha due scenari: o l’azienda resterà in famiglia, o verrà venduta all’estero. «Tutti possono ereditare un’azienda, che è cosa diversa da saperla gestire — dice — Non vedo la possibilità né di una quotazione, né di un situazione mista come l’ingresso di un private equity». Eppure secondo ricostruzioni credibili, Mr.Esselunga sarebbe stato sul punto di vendere almeno tre volte. Si è parlato di un interesse di Mercadona, Tesco e WalMart. Ma con la causa in corso, per Giuseppe vendere non è possibile perché «il compratore andrebbe incontro a un grosso rischio ». Se a livello nazionale non ci sono partner abbastanza grandi per rilevare Esselunga, all’estero i pretendenti non mancano. «Quelli di WalMart sono qui spesso, ci invidiano la capacità di realizzare oltre il 50% del fatturato dal fresco: è il miglior risultato al mondo, perché gli italiani mangiano bene e abbiamo una forte logistica». Il figlio, che nel 2010 si era rifiutato di vendere, al massimo insieme a Violetta erediterà un terzo dell’azienda, per cui sarà dura ricomprare le altre quote: un gruppo che a suo giudizio vale oltre 3 miliardi, per cui Giuseppe è certo che «non sarò mai più a capo di Esselunga».

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