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La durata delle nozze boccia la nullità

Non può essere accettata dall’ordinamento italiano la dichiarazione di nullità del matrimonio decisa da un tribunale ecclesiastico se la convivenza tra i coniugi è stata di almeno tre anni. La decisione – potenzialmente dirompente per le tante richieste “di comodo” presentate ai tribunali ecclesiastici – arriva dalle Sezioni unite civili della Corte di cassazione con la sentenza n. 16379 depositata ieri. La pronuncia ha affrontato il caso di una dichiarazione di nullità di matrimonio concordatario divenuta esecutiva con decreto del Supremo tribunale della Segnatura apostolica nel 2009. La ragione? Esclusione della indissolubilità del vincolo matrimoniale da parte della moglie. Alla richiesta di efficacia della sentenza canonica avanzata dalla donna si era però opposto il marito mettendo in evidenza, tra altro, la durata della convivenza matrimoniale e la nascita di una figlia.
L’interessato ha perso la sua partita, perché il tema della convivenza sul quale si sono espresse le Sezioni unite era stato inserito tra i motivi di impugnazione solo in Cassazione e non anche davanti alla Corte d’appello: questa ragione formale ha dunque costretto la Corte a respingere il ricorso. Sul piano però più “sostanziale”, la Cassazione si è invece soffermata sul valore da dare alla convivenza, nella prospettiva della delibazione della sentenza eccelesiale. Un tema cruciale visto che, sottolineano le Sezioni unite, sia la Corte costituzionale, sia la Corte dei diritti dell’uomo, sia la Corte europea di giustizia testimoniano che la convivenza – e non la semplice coabitazione dei coniugi o «come coniugi» – cioè la consuetudine di vita comune, il vivere insieme stabilmente e con continuità nel corso del tempo o per un periodo di tempo significativo integra un elemento essenziale e costitutivo del «matrimonio-rapporto». La convivenza però deve anche essere riconoscibile e stabile. Due requisiti sui quali le Sezioni si soffermano per concludere che, sul primo punto, alla convivenza coniugale devono corrispondere fatti e comportamenti evidenti all’esterno, tali da potere essere dimostrati, se necessario, anche in giudizio.
Più problematico, l’aspetto della stabilità, dal momento che non esistono immediati parametri temporali di riferimento. Le Sezioni unite allora ricorrono a un riferimento con i termini fissati in altro contesto, pur sempre però attinente al diritto di famiglia, quello della durata del vincolo matrimoniale perché a una coppia sia consentita la presentazione della domanda di adozione.
E qui, sulla base della legge n. 183 del 1983 la lunghezza della convivenza successiva al matrimonio è determinata in 3 anni. Un limite che ha ottenuto, tra l’altro, l’avallo della Corte costituzionale con la sentenza n. 281 del 1994. E allora, conclude la Cassazione sul punto, il parametro dei 3 anni di convivenza per considerare ormai acquisita la stabilità dell’unione della coppia è coerente sia con la nozione del matrimonio come rapporto, sintesi di diritti e doveri e responsabilità. Pertanto la convivenza tra marito e moglie protrattasi per almeno 3 anni va a costituire una situazione tutelata da una pluralità di norme (costituzionali, convenzionali e ordinarie) di «ordine pubblico», tali da rendere impossibile l’accoglimento del giudizio ecclesiastico di nullità.

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