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La «doppia vita» del Fondo di Cdp

Che differenza c’è tra il primo gruppo assicurativo italiano e l’incumbent delle telecomunicazioni tricolori? Nessuna per la Cdp o meglio per il suo Fondo strategico, che da una parte viene chiamato in causa per risolvere il problema Banca d’Italia in Generali e dall’altra si propone per accelerare la banda ultralarga in Telecom. Ma la differenza è che nel caso di Generali Fsi entrerebbe direttamente nel capitale della compagnia, nel caso di Telecom investirebbe invece nella newco della rete. È un esercizio di distinguo, che non trova grandi appigli nello statuto di Fsi. Il Fondo ha per oggetto l’assunzione di partecipazioni in società che operino nei settori, tra gli altri, delle infrastrutture, ma anche delle comunicazioni, e delle assicurazioni e che presentino significative prospettive di sviluppo. Si tratta di declinare il concetto, ma sia Generali, sia Telecom – entrambe di “rilevante interesse nazionale” – rispondono al profilo. Fsi opera come «investitore finanziario», «di norma senza acquisire il controllo delle imprese nelle quali investe», «fatte salve le ipotesi di imprese operanti in regime di monopolio naturale o nel settore delle infrastrutture o delle reti, per le quali il controllo potrà eventualmente essere acquisito con l’obiettivo di assicurare l’accesso su un piano di parità e senza discriminazioni di tutti gli operatori del mercato». La politica di investimento prevede inoltre un «attivo coinvolgimento nella governance delle aziende partecipate», come spiega il sito istituzionale: rappresentanza in cda, diritti relativi alle più significative tematiche di gestione operativa e alle tematiche di gestione straordinaria, accordo sul piano industriale e le iniziative da intraprendere.
Morale: per sostituire Bankitalia, che è socio “silente” in Generali (l’ipotesi è lo scambio tra il 4,467% del Leone e una quota di Fsi) occorrerebbe derogare a tutte le regole di comportamento del Fondo; per investire nello sviluppo della fibra ottica non c’è invece bisogno di ottenere il controllo della rete d’accesso, dato che la Ue pretende molto meno in termini antidiscriminatori, e alla fine nulla vieta, in assenza di scorporo, un intervento mirato al piano superiore, tanto più che tra le finalità contemplate c’è anche quella della stabilizzazione dell’azionariato.

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