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La doppia sfida di Cao Meno debiti, più indipendenza

Si profila un’operazione complessiva da 5,5 miliardi. È senza dubbio la più grande sul mercato nei prossimi mesi quella che si sta disegnando attorno a Saipem, fiore all’occhiello dell’ingegneria e dell’impiantistica oil & gas, con 7 mila ingegneri, presente in 65 mercati. Ma che ha bisogno di riequilibrare la struttura finanziaria.
Maggiore chiarezza ci sarà a fine mese, probabilmente già il 27 ottobre, giorno in cui l’amministratore delegato Stefano Cao presenterà il piano industriale al board di Saipem presieduto da Paolo Colombo, massimo esperto di governance, nonché ex presidente Enel e membro del cda della stessa Eni, che di Saipem è azionista con il 42,9 per cento.
L’equazione è complessa. Perché incrocia almeno due esigenze. E a far da sfondo, il punto più basso del ciclo per l’industria petrolifera che ha sospeso gli investimenti, spinta da un mercato tenuto in ostaggio dal prezzo compresso del petrolio (anche se risalito a quota 45,8 dollari al barile dai picchi minimi dell’estate), più che dimezzato rispetto a un anno fa.
In primo luogo c’è per l’azienda la necessità di abbattere il debito attuale pari a 5,5 miliardi, stimato 5,8 volte l’ebitda a fine 2015. Un livello che si confronta con una media di 2,5 volte per le altre aziende del settore. Poi c’è l’Eni che ormai da un anno dichiara non più core la sua quota in Saipem.
Il ceo Claudio Descalzi, vuole ridimensionare il peso del Cane a sei zampe e far sì che l’azienda impiantistica conquisti autonomia finanziaria, sostituendo i suoi crediti intercompany con quelli bancari. «Saipem è un gioiello per l’Italia, è un’azienda completa,e copre tutti i campi dell’energia: vogliamo deconsolidare il debito — ha affermato nei giorni scorsi Descalzi —. C’è un debito al cento per cento di una società controllata al 40%, un controllo in realtà fittizio perché Saipem lavora anche per i nostri concorrenti».
Per questo, insomma, sarebbe più sano che ognuno operasse con le proprie strutture finanziarie. «Non vogliamo uscire da Saipem ma metterci in una situazione corretta in cui ognuno gestisce le proprie finanze».
Cao, 64 anni, è amministratore delegato della società di servizi petroliferi dal 30 aprile scorso. Ex direttore generale E&P del Cane a sei zampe, è stato già alla guida di Saipem dal 1996 al 2000. La semestrale è stata l’occasione per un’anticipazione della strategia: taglio dei costi, razionalizzazione del portafoglio e del perimetro di business. A fine mese spiegherà invece come affrontare la sfida della crescita e della redditività futura. In una fase in cui il trend del prezzo del petrolio ha scatenato anche il consolidamento sul mercato che porterà alla creazione di colossi.
Le due partite si incrociano. L’Eni è seguita dall’advisor Credit Suisse, Saipem da Lazard. La società impiantistica è al lavoro con le banche per allestire il rifinanziamento di 5,5 miliardi. Tra le più attive, ci sono le banche di matrice italiana: Intesa Sanpaolo, Unicredit, Mediobanca e Bnp Paribas. Ma il consorzio finale sarà esteso ad alcune straniere. Per arrivare a un pool di sei-sette istituti. In pole ci sono Goldman Sachs, Deutsche e City. Anche se un incarico non risulta ancora assegnato. L’ipotesi ruota attorno a una revolving credit facility di circa 2 miliardi, più 3 miliardi di linea ponte con un programma equivalente di emissioni di bond. Il percorso è già stato battuto da Snam. Ma richiede altri passaggi.
Aumento
Senza aumento di capitale quei finanziamenti avrebbero tassi elevati. Quindi, rimborsare l’Eni costerebbe troppo. Quindi il mix richiederà debito ma anche equity . Banche e advisor hanno sondato le agenzie di rating . A fronte di un’iniezione di liquidità di 3 miliardi, Saipem potrebbe rifinanziarsi sulla base di un rating attorno a BBB-, cioè investment grade . Qui si gioca la partita che consentirà al Cane a sei zampe di ridurre la quota e a Saipem di gestire la sua autonomia finanziaria.
Sull’operazione si sono accesi da alcuni mesi i riflettori di potenziali investitori. A cominciare dal Fondo strategico promosso da Cdp. I contatti tra il vertice dell’Eni e il nuovo management della Cassa — il presidente Claudio Costamagna e l’amministratore delegato Fabio Gallia — continuano. Al vaglio, alcune ipotesi. Come l’acquisto di una quota dall’Eni da parte di Fsi e poi il lancio di un aumento di capitale. Anche in più tappe. E le banche impegnate a garantire, anche con i libri, il successo dell’operazione. A operazione compiuta San Donato (che comunque dovrebbe partecipare all’aumento) potrebbe avere tra il 18 e il 20%. E poi non avere la maggioranza nel board .
Intanto Cao cerca di trasformare una fase critica del mercato in un vantaggio. Quello di lavorare sul modello, ponendo ancor più l’accento sull’integrazione dei business che aiuta a contrastare i cicli. Poi c’è il capitolo dei contratti. Quelli a basso margine si riferiscono ormai a un periodo precedente il 2012 e vanno verso il completamento. Dal 2013 in poi il portafoglio è più in linea con i margini per il business . E Cao in questi mesi ha messo parecchio fieno in cascina. Il portafoglio ordini a fine luglio era di 19 miliardi. Ma a fine ottobre potrebbe dimostrarsi ben più ricco con le commesse arrivate da Kuwait, Cile e Medio Oriente. Senza contare il lavoro che sarà richiesto dall’Eni per il maxi-giacimento in Egitto. E le prospettive dell’apertura del mercato in Iran per le major dell’ oil&gas . «Nel giro di un paio d’anni ci potrebbe essere un rimbalzo del prezzo del greggio fino a 70-80-90 dollari al barile», ha detto Descalzi. E questo potrebbe dare lo slancio finale.

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