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«La direzione è giusta, ora tocca alle banche»

«Certo che va bene. Poi però bisogna vedere se questo credito a buon mercato arriva davvero alla manifattura o se invece serve ad altro». Vittorio Borelli, imprenditore emiliano e presidente di Confindustria Ceramica è pragmatico. La mossa di Draghi è certo salutata con favore, da lui come dall’intero sistema produttivo.
Ma il problema vero delle imprese è capire se poi la cinghia di trasmissione funzionerà davvero, se i tassi scenderanno anche allo sportello, se le operazioni di rifinanziamento a lungo termine “vincolate” dalla Bce a prestiti per famiglie e imprese si tradurranno in erogazioni reali.
Al terzo “compleanno” dall’avvio della crisi finanziaria italiana, iniziata nell’estate del 2011, il rapporto tra banche e imprese non è certamente tornato ancora alla normalità. Da un lato la lunga rincorsa degli spread, dall’altro il raddoppio delle sofferenze per le società non finanziarie a oltre 120 miliardi di euro hanno totalmente vanificato negli ultimi tre anni la discesa dei tassi di riferimento, nell’ordine di 150 punti base.
Come risultato oggi il tasso medio sulle consistenze in Italia (827 miliardi secondo i dati Bankitalia) è di 19 punti base più alto rispetto a tre anni fa, di oltre 60 se il parametro è la Germania. Ai tassi odierni di Berlino le nostre aziende risparmierebbero su base annua 5,3 miliardi di euro in interessi passivi.
Una zavorra che evidentemente limita la nostra competitività, cioè in ultima analisi la possibilità di “prezzare” in modo adeguato i nostri prodotti e vincere commesse sui mercati internazionali. Se sulle consistenze il gap rispetto a Berlino è di 62 punti base (dati Bce di luglio), il tema è ancora più delicato guardando alle nuove operazioni, quelle che scontano in modo lineare e diretto le condizioni di mercato del momento.
Tra giugno e luglio i tassi medi in Germania sono scesi ancora di cinque punti base, a quota 191, mentre da noi il dato è invariato a 309, oltre un punto percentuale in più. Dato che lievita a quota 396 per i prestiti di piccola taglia, quelli in genere destinati alla Pmi, le più penalizzate dalla lunga fase di credit crunch. «La mia associazione ha incontrato in queste settimane molte banche – spiega Borelli – e abbiamo chiesto loro di essere vicine al territorio, evitando risposte strettamente basate su parametri quantitativi ma valutando di volta in volta nel merito i progetti. A sentire gli istituti ora c’è maggiore disponibilità, speriamo sia così». La mossa di Francoforte è dunque quanto mai gradita dalle imprese, non solo sul fronte dei tassi ma anche per l’annuncio di voler allargare la base monetaria attraverso l’acquisto di Asset backed securities. «Complimenti a Draghi – commenta il presidente di Federmeccanica Fabio Storchi – perché comunque in Europa non credo sia facile agire in questo modo. Eppure da noi serve esattamente ciò che la Fed sta facendo da tempo per sostenere i consumi e la crescita di Washington. Guardando ai risultati si vede che loro crescono da anni mentre noi siamo bloccati dal rigore. Ora il costo del denaro da noi dovrebbe scendere, anche se resta il problema della cautela delle banche a prestare, un tema che si pone soprattutto per le imprese maggiormente in difficoltà con i ratios patrimoniali». «Certo che questa decisione mi è piaciuta – aggiunge il presidente di Federmacchine Giancarlo Losma – a maggiore ragione è utile per un settore come il nostro che dipende strettamente dal costo del denaro. E poi sono curioso di vedere come reagisce il mercato statunitense a questa corsa del dollaro: tra pochi giorni sarò a Chicago per la maggiore fiera americana della macchina utensile, magari ci scappa anche qualche ordine in più..».

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