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La diligenza è irrinunciabile

La professione legale è, di tanto in tanto, oggetto di attenzione da parte dei giudici della Corte di cassazione, i quali recentemente hanno affrontato sia i rapporti tra assistiti e legale, chiarendo anche chi sarà competente per deciderne le controversie, e sia i rapporti tra avvocati in causa, ribadendo obblighi e necessità di natura deontologica e professionale.

La diligenza impone all’avvocato di dimostrare al cliente il proprio operato.

Nella nostra prima pronuncia si è affermato che nell’adempimento dell’incarico professionale conferitogli, l’obbligo di diligenza da osservare impone all’avvocato di assolvere, sia all’atto del conferimento del mandato che nel corso dello svolgimento del rapporto, (anche) ai doveri di sollecitazione, dissuasione e informazione del cliente, essendo tenuto a rappresentare a quest’ultimo tutte le questioni di fatto e di diritto, comunque insorgenti, ostative al raggiungimento del risultato, o comunque produttive del rischio di effetti dannosi; di richiedergli gli elementi necessari o utili in suo possesso; a sconsigliarlo dall’intraprendere o proseguire un giudizio dall’esito probabilmente sfavorevole.

È quanto hanno ribadito i giudici della sezione VI Civile – 2 della Corte di cassazione con l’ordinanza n. 21173 dello scorso 13 settembre.

Si tratta di un esplicito richiamo ad una ormai consolidata pronuncia (Conf. Cass. n. 8312/2011) dove tra l’latro si leggeva anche che: «A tal fine incombe su di lui l’onere di fornire la prova della condotta mantenuta, insufficiente al riguardo peraltro essendo il rilascio da parte del cliente delle procure necessarie all’esercizio dello «jus postulandi», stante la relativa inidoneità a obiettivamente e univocamente deporre per la compiuta informazione in ordine a tutte le circostanze indispensabili per l’assunzione da parte del cliente di una decisione pienamente consapevole sull’opportunità o meno d’iniziare un processo o intervenire in giudizio».

La questione sottoposto agli Ermellini era la seguente: la Corte d’appello, in riforma della decisione di primo grado, accoglieva l’appello proposto da Caio avverso l’avvocato Tizio, così revocando il decreto ingiuntivo che quest’ultimo aveva ottenuto per il pagamento di alcune prestazioni professionali giudiziarie svolte in favore dell’appellante/opponente Sempronio.

La Corte territoriale riconosceva fondate le eccezioni formulate dal debitore in sede di opposizione al decreto ingiuntivo riguardanti la sussistenza della responsabilità professionale dell’avvocato Tizio, che non lo aveva informato con diligenza circa la presenza di una causa di decadenza dall’azione che egli voleva promuovere per recuperare alcuni crediti di lavoro, decadenza che poi era stata infatti dichiarata dal giudice adito. I giudici di appello precisavano peraltro che nel giudizio di responsabilità spettava al professionista l’onere di fornire la prova della sua condotta diligente, onere che non era stato assolto dall’avvocato il quale, sul punto relativo alla corretta informazione data al cliente circa i rischi evidenti di reiezione delle sue domande ove fosse stata eccepita la decadenza prevista dall’art. 36 del Ccnl, non aveva avanzato alcuna istanza istruttoria.

Avverso la suddetta sentenza proponeva ricorso per Cassazione Tizio, formulando un unico motivo.

Controversie tra cliente e avvocato? C’è il foro del consumatore. Con altra ordinanza (n. 21187), sempre dello scorso 13 settembre, i giudici di piazza Cavour (sez. VI Civile – 3) si sono espressi anche in tema di controversie tra avvocato e assistito, stabilendo che la questione di competenza va risolta alla stregua del principio di diritto secondo cui nei rapporti tra avvocato e cliente quest’ultimo riveste la qualità di «consumatore», ai sensi dell’art. 3, comma 1, lettera a), del dlgs 6 settembre 2005, n. 206, a nulla rilevando che il rapporto sia caratterizzato dall’ «intuitu personae» e sia non di contrapposizione, ma di collaborazione (quanto ai rapporti esterni con i terzi), non rientrando tali circostanze nel paradigma normativo: ne consegue che alla controversia tra cliente ed avvocato in tema di responsabilità professionale si applicano le regole sul foro del consumatore di cui all’art. 33, comma 2, lettera u), del dlgs n. 206/2005.

Il thema decidendum sottoposto ai giudici della Cassazione era il seguente: con ordinanza il tribunale ha dichiarato la propria incompetenza per territorio in favore di altro tribunale accogliendo la eccezione pregiudiziale proposta dal convenuto – nella causa introdotta con atto di citazione da Caio nei confronti dell’avv. Tizio e avente ad oggetto il risarcimento dei danni per responsabilità professionale, avendo omesso il legale di registrare presso l’Ufficio delle Entrate il provvedimento monitorio rilasciato a favore di Caio, incamerando la somma a deconto di vantate competenze professionali l’ordinanza è stata tempestivamente impugnata con regolamento necessario ex art. 42 c.p.c. da Tizio il quale con il ricorso deduceva diversi motivi.

La controversia atteneva come peraltro riconosciuto anche dal legale a pretese aventi titolo in un rapporto d’opera, non rilevando nella fattispecie quale fosse l’oggetto delle prestazioni richieste o rese dal professionista in tale rapporto, avendo Caio proposto domanda risarcitoria per danni conseguenti all’inadempimento delle obbligazioni contrattuali (indebito incameramento di somme destinate alla registrazione fiscale di un titolo esecutivo, e omessa registrazione del titolo esecutivo), e avendo Tizio opposto un maggior credito derivante anch’esso dalla esecuzione di prestazioni professionali.

La corrispondenza tra avvocati non può essere divulgata. E infine una pronuncia sempre della Cassazione (sez. Unite Civili, sentenza n. 21109/17; depositata il 12 settembre) che riguarda il delicato tema dei rapporti tra avvocati all’interno del processo, pronuncia nella quale si è affermato il principio secondo il quale merita una sanzione l’avvocato che divulga la corrispondenza con un collega in causa.

I giudici hanno ribadito che non v’è nessuna necessità di divulgare la corrispondenza intercorsa tra i difensori, perché la proposta conciliativa deve essere formulata in giudizio dalla parte che ne è autrice; dopo di che l’eventuale rifiuto della controparte sarà insito nella mancanza di accettazione, che lo evidenzia di per sé, senza alcun bisogno – si ripete – di divulgare la corrispondenza riservata tra i difensori.

Né detta divulgazione può essere necessaria al fine di dimostrare l’eventuale giustificazione del rifiuto della proposta conciliativa. Tale giustificazione, infatti, non può che riguardare la proposta risultante ufficialmente agli atti – fino a quando non sia altrettanto ufficialmente ritirata – non eventuali diverse proposte o ipotesi avanzate nel corso delle trattative.

Il Consiglio Nazionale Forense aveva respinto il ricorso dell’avvocato Tizio avverso la decisione con cui il Consiglio dell’Ordine degli avvocati gli aveva inflitto la sanzione disciplinare della censura per avere prodotto in un giudizio civile corrispondenza intercorsa con l’avvocato di controparte – tra cui quella contenente proposte transattive – con la comparsa di costituzione e con la memoria ai sensi dell’art. 183, comma sesto, n. 1, cod. proc. civ.

Maria Domanico

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