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La digitalizzazione comincia a fare breccia nelle pmi

L’86% delle pmi manifatturiere prevede investimenti in ambito digitale nel corso del 2021. Le priorità riguardano, soprattutto, le tecnologie a supporto della salute dei dipendenti sul posto di lavoro (34%), la gestione documentale digitalizzata e la fatturazione elettronica (30%), le tecnologie per digitalizzare e monitorare il processo produttivo (24%). Ma in un terzo delle aziende il top management non ha mai partecipato a eventi formativi su temi legati al digitale mentre un ulteriore terzo lo ha fatto in maniera sporadica e occasionale. E quattro imprese su dieci non hanno nel proprio organigramma figure professionali che si occupino formalmente della digitalizzazione e che abbiano competenze specialistiche in materia.

Sono alcune delle evidenze che emergono dalla lettura dei dati contenuti nel report «Pmi, industria e digitale, la sfida è adesso!» elaborato dall’Osservatorio innovazione digitale nelle Pmi del Politecnico di Milano e presentato durante il convegno di apertura della 15° edizione della Fiera A&T – Automation & Testing.

Se la pandemia ha «costretto» le pmi industriali ad accelerare diversi aspetti della trasformazione digitale, soprattutto per contrastare il repentino crollo del fatturato, sopperire alle difficoltà nella gestione dell’operatività aziendale e garantire la flessibilità del lavoro, gli analisti evidenziano che bisogna compiere ancora ulteriori sforzi, passando dalla reazione all’azione, da un approccio emergenziale a un approccio strategico di lungo periodo. Infatti, considerato che le tecnologie sono state ormai acquisite, manca ancora l’implementazione strategica, ossia una vera e propria riorganizzazione aziendale, improntata realmente a una cultura digitale. Occorre, quindi, estendere la digitalizzazione ai diversi processi di business, rendendoli integrati e prospettici. «Dalla nostra analisi emerge chiaramente come le piccole e medie industrie italiane, di fronte a un ritardo già rilevante in termini di digitalizzazione, di processo e di visione prima della pandemia, non siano riuscite a cogliere, durante l’emergenza sanitaria e nell’attuale crisi economica e industriale di portata mondiale, l’opportunità di ridisegnare i propri modelli di business e la propria cultura aziendale secondo una logica liquida», evidenzia Giorgia Sali, direttrice dell’Osservatorio, «non basta essere reattivi o tattici, oggi è il momento di essere strategici e per farlo occorre pianificare, agire in rete e cogliere tutte le grandi opportunità offerte dall’innovazione, che non è solo implementazione tecnologica, ma è anche cultura e analisi». Uno scenario, quello delineato nel focus, che conferma, dunque, la tendenza della maggior parte delle pmi manifatturiere a ragionare e a muoversi entro un arco temporale ridotto. Atteggiamento che, nel lungo periodo, potrebbe certamente incidere negativamente sulla competitività e sulla capacità di rimanere profittevoli sul mercato.

L’importanza della visione strategica. Gli esperti dell’osservatorio individuano nelle competenze strategiche nel digitale e nel lavoro di squadra, che coinvolga tutto l’ecosistema, dalle istituzioni nazionali agli enti territoriali e associativi fino alle università e centri di formazione, le leve fondamentali di cui necessitano le piccole e medie industrie manifatturiere italiane per muoversi con successo nel nuovo contesto creato dalla pandemia. La digitalizzazione è divenuta una scelta obbligata, imprescindibile. Ma secondo la ricerca, condotta su un campione di 504 osservazioni rappresentative della popolazione di 69 mila pmi manifatturiere nello scorso mese di dicembre, soltanto il 14% ha un approccio strategico al digitale che pervade tutto il modello di business, coinvolgendo anche i processi core, quali sviluppo del prodotto, rapporti di filiera, marketing e vendite. Generalmente, in tale contesto rientrano realtà più grandi e redditizie, di natura meno familiare, che operano al Nord e con una propensione maggiore all’export. La parte più importante del campione, pari al 57%, ha mostrato, invece, un approccio di tipo «tattico», con una focalizzazione al digitale su obiettivi specifici e contingenti di efficienza dei processi, con una forte diversità dei percorsi di digital transformation all’interno. Il restante 29% del campione, infine, si avvicina al digitale come reazione a uno stimolo esterno, quale può essere la crisi Covid-19 o la richiesta specifica di un cliente, con investimenti scarsi e limitati a singole attività e processi, su un orizzonte di breve periodo.

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