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La difesa e l’orgoglio del banchiere I fogli aggiunti (e inattesi). Come Baffi

Dopo esattamente venti minuti e cinquanta secondi, c’è stato un flash del 31 maggio 1979. Uno solo, però voluto. Ignazio Visco, il governatore della Banca d’Italia, stava leggendo pagina 22 delle Considerazioni finali, quando all’improvviso un suo gesto è sembrato rompere con la liturgia laica dell’istituto. Ha tirato fuori un mazzo di fogli liberi dal quaderno rilegato di dichiarazioni preparate per mesi con tutta la squadra. Quel testo era solo suo: una difesa, anche in prima persona singolare, del lavoro della Banca d’Italia nella crisi del credito.

Nel salone di Palazzo Koch c’erano abbastanza persone dai capelli bianchi per ricordare un precedente del genere. Trentotto anni fa. E Visco sembra averlo richiamato in maniera del tutto deliberata: Paolo Baffi, il governatore di allora, accanto alle Considerazioni lesse frasi solo sue a difesa propria e della Banca d’Italia. Alcuni magistrati di Roma avevano fabbricato ad arte accuse di favoreggiamento contro di lui, e il vicedirettore Mario Sarcinelli, in un’inchiesta inquinata per mancato esercizio della vigilanza su alcuni istituti. Il Corriere riporta così le parole di Baffi il primo giugno ‘79: «Ai detrattori della Banca, auguro che nel morso della coscienza trovino riscatto dal male che hanno compiuto alimentando una campagna di stampa intessuta di argomenti falsi o tendenziosi e mossa da qualche oscuro disegno». Visco ieri è stato solo in parte simile: «La Banca d’Italia è stata criticata. A volte con toni aspri, spesso con imprecisioni gravi. È stata accusata di non aver capito quello che stava accadendo in alcune banche, o di essere intervenuta tardi. Posso assicurare che l’impegno del direttorio è stato massimo».

A differenza di Baffi nel ‘79, nessuno oggi spinge Visco alle dimissioni, tesse complotti o muove accuse così gravi. Le tensioni sono più sottopelle, benché sempre sottilmente teatrali. La presenza ieri in sala di Mario Draghi, per la prima volta da quando ha lasciato l’istituto nel 2011, racchiudeva per esempio un messaggio: con quel sedersi in prima fila, il presidente della Banca centrale europea ha ricordato a tutti che Banca d’Italia è un patrimonio di indipendenza e competenza che la politica deve rispettare, anche quando a fine ottobre scade il mandato di Visco (forse subito dopo le elezioni). Il posto più periferico riservato al direttore del Tesoro Vincenzo La Via, ultima sedia a destra sul palco, riflette le frustrazioni di questi anni in cui l’Italia non ha negoziato bene sulle banche a Bruxelles. In anni passati La Via veniva fatto accomodare accanto al governatore, ora è stato decentrato e il fatto che alla fine sia subito filato via in silenzio rivela che se n’è accorto.

Che nell’ordine delle sedie vada letto un senso politico, come sulla Piazza Rossa di Mosca trent’anni fa, suggerisce che c’è una dose di anacronismo in certi riti. Ma nessuno ieri alle Considerazioni finali ha potuto mettere in dubbio l’onestà o la capacità di analisi economica di Visco. Il governatore ha ricordato a tutti che non ha poteri di magistratura sui banchieri (Baffi aveva detto lo stesso nel 1979) e fino a due anni fa non poteva rimuovere i manager inadeguati: poteva solo commissariare le banche «al verificars i di particolari condizioni». Visco ha anche sottolineato la complessità delle procedure europee sui dissesti, fra troppe authority con priorità diverse.

Su altre questioni di merito la partita resta aperta. Visco ha detto che dal volume dei crediti in default delle banche va sottratto il valore delle garanzie, eppure lui stesso ha lamentato che i tempi per recuperare quegli immobili in Italia sono inaccettabilmente lunghi. Ha chiesto «informazioni adeguate e tempestive», ma la Banca d’Italia per ora non esegue (o non pubblica) una revisione della qualità dei bilanci delle aziende di credito da lei vigilate. Dopotutto è una transizione profonda: dall’impostazione della Legge bancaria anni ‘30, che imponeva a Banca d’Italia di scongiurare dissesti ad ogni costo, all’Unione bancaria europea creata in nome dell’efficienza, del mercato e della limitazione dell’intervento pubblico. Come dice Visco stesso, «un mondo nuovo». Con lui Bankitalia si è messa in cammino.

Federico Fubini

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