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La difesa di Juncker “Mai dato istruzioni al fisco lussemburghese non devo scusarmi”

«E’ stato un errore aver taciuto. Avrei dovuto rispondere subito». Il nuovo presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, ha rotto ieri sei lunghi giorni di silenzio seguiti alle rivelazioni di un consorzio giornalistico investigativo americano sul ruolo svolto dal Lussemburgo nel favorire l’elusione fiscale di 349 imprese multinazionali. Juncker, che del Lussemburgo è stato primo ministro e ministro delle finanze per diciotto anni dal 1995 al 2013, è sceso inaspettatamente in sala stampa, e poi nel pomeriggio si è presentato davanti alla sessione plenaria del Parlamento europeo che si riuniva a Bruxelles. Nei suoi interventi, il presidente della Commissione ha solennemente confermato l’impegno suo e del collegio per combattere il fenomeno dell’elusione fiscale in Europa, annunciando che già oggi presenterà al G20 una proposta sullo scambio automatico di informazioni in materia di accordi fiscali, i cosiddetti «tax ruling» praticati, ha spiegato, non solo dal Lussemburgo ma da 22 Paesi dell’Ue. Inoltre ha garantito che non interferirà nell’inchiesta della Commissione già in corso contro Lussemburgo, Olanda e Irlanda per aver concesso facilitazioni fiscali che rappresentano aiuti di stato.
Quella del troppo prolungato silenzio è stata la sua unica ammissione di colpa. Per il resto l’ex premier lussemburghese ha respinto le accuse personali, anche se ha riconosciuto che «probabilmente c’è stato un eccesso di ingegneria fiscale in Lussemburgo e in altri paesi» e che «l’interazione tra i regimi fiscali nazionali degli uni e degli altri ha creato situazioni che possono condurre a tassi di imposizione deboli, che non rispondono alle esigenze e al concetto di giustizia fiscale, né alle norme etiche e morali generalmente ammesse ».
«Non mi scuso per quanto ho fatto per il mio Paese», ha detto Juncker. «Anche se non ho mai dato istruzioni su nessun dossier fiscale, e non sono l’architetto della cosiddetta “questione lussemburghese”, sono politicamente responsabile per qualsiasi cosa sia accaduta in ogni angolo del Lussemburgo, che per fortuna è piccolo». «Le decisioni fiscali anticipate (tax ruling, n. d. r) sono una pratica ben sviluppata in 22 paesi membri della Ue e la Commissione spesso ha dichiarato tali pratiche conformi al diritto comunitario nella misura in cui sono esercitate in modo non discriminatorio», ha aggiunto. «Non dipingetemi come il miglior amico del grande capitale. In questa aula ce ne sono di migliori».
Dopo aver dichiarato di essere «da sempre un sostenitore dell’armonizzazione fiscale», il presidente della Commissione ha preso una serie di impegni precisi in materia. Già oggi presenterà al G20 una proposta per lo scambio automatico di informazioni tra governi sugli accordi fiscali preventivi conclusi dall’amministrazione di ciascun Paese con aziende multinazionali. Inoltre la Commissione presenterà una proposta di direttiva in materia, incarico affidato al commissario per gli affari economici Moscovici.
«Nel mio discorso di investitura avevo promesso che la Commissione si batterà contro la frode e l’elusione fiscale. Non sono parole al vento. Intendiamo insistere sulla creazione di una base fiscale comune per la tassazione delle imprese, anche se su questo punto ci sono resistenze da parte degli stati membri», ha spiegato Juncker. Dopo aver negato che ci sia un conflitto di interessi da parte sua per il fatto che la Commissione sta indagando sulle pratiche fiscali lussemburghesi, il presidente ha assicurato che non interferirà nell’inchiesta e che la commissaria responsabile per la Concorrenza «lavorerà in piena autonomia ».
La maggioranza del Parlamento ha reagito positivamente all’intervento di Juncker. Il capogruppo dei socialisti europei, Gianni Pittella, ha insistito per una legislazione europea in cui «le tasse si pagano dove si creano i profitti». Ma ha aggiunto: «non accettiamo di indebolire Juncker: sarebbe un regalo agli euroscettici».
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