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La dichiarazione integrativa non salva dalla condanna

L’imprenditore che presenta una dichiarazione dei redditi infedele può essere condannato anche se poi aggiusta il tiro con una successiva dichiarazione integrativa. Lo ha sancito la Cassazione che, con la sentenza 23810 del 29 maggio 2019, ha reso definitiva la condanna a carico di una contribuente. Con una complessa quanto interessante motivazione gli Ermellini hanno sostenuto che il reato, tanto nella vecchia quanto nella nuovo disciplina introdotta dal d.lgs. 158 del 2015, non cade con una dichiarazione successiva che riporta i redditi reali. Sul punto si legge infatti che limitando, in questa sede, l’attenzione, tra gli elementi costitutivi del reato, alla condotta che riveste la rilevanza penale, il legislatore del 2015 non ha inteso modificare (come invece avvenuto, ad esempio, con riferimento ad altre fattispecie penali tributarie, come quelle dell’art. 2 e dell’art. 3, d. igs. n. 74 del 2000, in cui il legislatore ha esteso l’ambito applicativo delle predette fattispecie sopprimendo l’aggettivo «annuali» riferito sia alla dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti sia alla dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici) il riferimento alla indicazione in una delle dichiarazioni «annuali». Nel nuovo art. 4, la struttura della condotta – consistente nella indicazione, al fine di evadere le imposte sui redditi o sul valore aggiunto, in una delle dichiarazioni annuali relative a dette imposte, di elementi attivi per un ammontare inferiore a quello effettivo o di elementi passivi fittizi – è rimasta infatti inalterata, fatta eccezione per la sostituzione del termine «fittizi» con «inesistenti». Nulla da fare neppure sul motivo con il quale la difesa della donna ha tentato di dimostrare l’assenza di dolo. Era stato infatti sostenuto che la manager si fosse fatta consigliare dal suo commercialista circa l’opportunità di presentare in un secondo momento la dichiarazione corretta e non quella poco credibile di soli 100 euro per due anni. Dello stesso avviso la Procura generale del Palazzaccio che ha chiesto al Collegio di legittimità di respingere il ricorso del legale e di confermare un anno e otto mesi di reclusione.

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