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La denuncia degli avvocati Il recovery non è per i giovani

Il Recovery plan non soddisfa i giovani avvocati. Non per lo scarso, anzi nullo, sostegno a chi inizia la professione. Ma anche per un’attenzione all’intero settore giustizia assai più formale che sostanziale. Lo dice il presidente dell’Associazione dei giovani avvocati (Aiga) Antonio De Angelis dopo un esame del Piano nazionale per la ripresa e la resilienza che il governo ha approvato la scorsa settimana.

Punti deboli

Il primo punto critico è che proprio alle future generazioni, richiamate sin nel titolo del progetto europeo, sarebbe dedicato ben poco spazio: «Nel nostro piano nazionale — osserva De Angelis — non esiste nessuna misura o incentivo concreto per sostenere le libere professioni». Non soltanto per i giovani avvocati, ma per tutte quante le categorie: «Del resto — spiega il presidente — le difficoltà iniziali quando si inizia una libera professione non sono poi così diverse tra avvocati, ingegneri o architetti».

Eppure, nel piano non è stata introdotta nemmeno un piccolo incentivo economico. «Non a livello fiscale e contributivo per chi assume, ma nemmeno sulle agevolazioni per l’accesso al credito di chi — precisa De Angelis — ad esempio, vuole avviare uno studio o cominciare ad esercitare la professione. È un vero peccato, anzi assurdo, che non ci sia nulla, una vera occasione sprecata». Inoltre, secondo il presidente Aiga, anche quando si parla della digitalizzazione per uniformare i processi telematici la risposta è stata vaga.

Proposte

Ma quali potrebbero essere allora le soluzioni e i rimedi per rendere più incisivo il piano italiano? «Quando parliamo di riorganizzazione della giustizia — conclude De Angelis — pensiamo a figure manageriali nuove, non a magistrati. Proprio come è accaduto con successo nella sanità. Infine, resta la necessità di una piattaforma unica telematica che porti definitivamente al tramonto il processo cartaceo. Ma tutto questo è difficile, o forse impensabile, quando dedichi lo 0,95% delle risorse totali per rendere efficiente un sistema».

Un percorso, quello del «digital jump», indicato anche da Giuseppe Vaciago, avvocato penalista, esperto di cybersecurity e legal tech. È avvocato di Google da più di 10 anni e anche di Facebook, ha fondato la legal tech LT42 e lo studio legale 42LF. «Il legal tech è la nuova frontiera per chi inizia questa professione — spiega Vaciago —. La tecnologia si è trasformata in un fattore determinante: non toglie lavoro, richiede anzi un livello superiore di competenze. Qualcuno pensa ancora che un software possa togliere lavoro e business a un avvocato: è lo stesso errore fatto a suo tempo quando qualcuno pensava che il pilota automatico potesse sostituire i piloti di aereo. Naturalmente servirebbe anche un salto di qualità del sistema: andrebbe perfezionato il processo telematico. Il lockdown ci ha dato un’opportunità che non andrebbe sprecata. La tecnologia infine apre un nuovo settore quasi inesplorato: quello delle controversie digitali ».

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