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La democrazia pericolosa del bazooka

di Danilo Taino

C' è un'illusione che continua a correre sui mercati finanziari e nei dibattiti che riguardano la crisi del debito in Europa. E' quella ormai conosciuta come la strategia del bazooka, cioè un intervento massiccio, anzi illimitato, con il quale i governi e il Fondo monetario internazionale (Fmi) dovrebbero comprare titoli del debito dei Paesi in difficoltà e ricapitalizzare le banche.

La sola presenza di questo potere di fuoco — è la teoria — convincerebbe tutti che la crisi è in via di superamento, che non c'è più ragione per scommettere contro l'euro. In realtà, il bazooka può funzionare per un po', come strumento di passaggio. Ma potrebbe essere un'illusione letale se fosse inteso — e probabilmente lo sarebbe — come la soluzione rapida della crisi: una scorciatoia che avrebbe ottime probabilità di portare davvero alla distruzione della moneta unica.

Riforma radicale

Il guaio è che l'Unione Europea, Commissione in testa, e molti governi sembrano essersi invaghiti di questa teoria del bazooka. Il dato di fatto, però, è che la crisi del debito non consente scorciatoie. Qualsiasi forma prenda — espansione del fondo salva Stati (Efsf), intervento massiccio dell'Fmi, Bce che stampa moneta — l'intervento illimitato delle autorità non toccherebbe gli squilibri che stanno alla base della crisi. Anzi, rischierebbe di moltiplicarli. Se, infatti, c'è un modo per salvare l'euro questo non può che passare attraverso una riforma radicale dell'architettura che ne sta alla base e che non è riuscita a garantirne il funzionamento interno.

In concreto, qualcosa che assicuri che le 17 economie dell'Eurozona convergano (nei primi dieci anni dell'euro la divergenza è aumentata), che le differenze di competitività si riducano (diversamente, come si è visto, chi è meno competitivo deve sopportare disoccupazione e sbilanci finanziari spaventosi), che i conti pubblici siano tenuti sotto controllo da un'autorità centrale europea (non necessariamente federale). Si tratta, in altre parole, di riscrivere i trattati europei, come ormai da tempo sostengono Angela Merkel, il suo ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble e buona parte dei politici e degli accademici tedeschi.

Il presidente della Commissione Manuel Barroso e la maggioranza del Parlamento europeo sembrano contrari, temono un ridisegno dei poteri in Europa a scapito di Bruxelles e dell'idea comunitaria e a vantaggio dei governi nazionali guidati da Berlino e Parigi. Il fatto è però che la crisi del debito ha messo l'Europa davanti a un bivio: o si trova un nuovo livello istituzionale e democratico, oppure si rischia di fare saltare tutto. L'ormai famoso «governo economico» può essere raggiunto solo se i cittadini europei lo accetteranno, non con il solito metodo del metterli di fronte al fatto compiuto, come ad esempio sarebbe l'emissione di Eurobond con i quali i Paesi più forti garantirebbero i debiti di quelli più deboli.

Un'Unione dei trasferimenti, come a Berlino chiamano il dare garanzie alla Grecia piuttosto che all'Italia, non può essere realizzata di nascosto. Sarebbe rifiutata dai cittadini dei Paesi che devono sopportarne i costi, Germania in testa, e se non fosse accompagnata da un governo economico su scala europea sarebbe un modo certo per garantire ai Paesi meno virtuosi la possibilità di continuare a esserlo (il cosiddetto moral hazard).

I rischi

Il bazooka, in qualsiasi forma, non tocca le basi della crisi: rischia anzi di radicalizzarla. L'ex membro del direttorio della Bce, il tedesco Otmar Issing, ha di recente spiegato che le soluzioni che spingono verso una Transferunion non democratica sono passi pericolosi che «finiranno con il dividere l'Europa». A suo avviso, andare verso un semplice regime di salvataggi «non è un passo verso un'unione politica democraticamente legittimata. E' muoversi sulla strada scivolosa verso un regime di indisciplina fiscale». Non solo. «Questo tipo di unione politica non sopravvivrebbe — aggiunge Issing —. Il suo collasso sarebbe provocato dalla resistenza della gente. In passato, le denunce di "niente tasse senza rappresentanza" hanno prodotto guerra. Questa volta la conseguenza sarebbe una minaccia di collasso per il progetto di integrazione economica di maggior successo nella storia dell'umanità». L'unica possibilità di unione politica — a suo avviso — «dovrebbe essere basato su una costituzione e implica un governo europeo» controllato sulla base di principi democratici.

Quella di Issing non è una posizione isolata in Germania. E' condivisa da politici di tutti gli schieramenti, da una parte dell'industria e della finanza, da numerosi accademici e funzionari dello Stato: è l'articolazione della famosa cultura tedesca della stabilità. Anche la Corte Costituzionale di Karlsruhe, tra l'altro, ha indicato che ogni ulteriore passo verso l'integrazione europea sarebbe da considerare non democratico — perché eluderebbe il controllo del Bundestag — e necessiterebbe di una modifica della Legge Fondamentale della Germania. Questo è probabilmente uno dei modi più seri, meno estemporanei di leggere la crisi del debito tra quelli emersi finora in Europa. Non è detto che Merkel riesca a fare passare questa modifica dei trattati europei finalizzata a un governo dell'economia. E non è detto che i cittadini, sia dei Paesi solidi che di quelli in difficoltà, la accettino. Si tratta di una strada lunga e tortuosa. Cioè non è un bazooka e non è una scorciatoia. Ma è probabilmente l'unica con una possibilità di successo.
 

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