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La crociata di Merkel contro i bonus d’oro: ora serve una legge

BERLINO — Per Angela Merkel è comprensibile che «quando la gente sente parlare di stipendi totalmente fuori dall’ordinario, scuota la testa e pensi che sia il caso di finirla». Lo ha detto così, molto semplicemente, inviando all’opinione pubblica un messaggio diretto. Ma il problema non era solo quello di trovare le frasi giuste. La cancelliera sembra determinata a non rinviare la questione delle mega-retribuzioni dei manager balzata all’ordine del giorno con il referendum elvetico. Bisogna combattere «gli eccessi», che non possono esistere, ha aggiunto, in una società libera e attenta alle dimensione sociale dell’economia. Il governo tedesco si muoverà.
La premessa del ragionamento della cancelliera è che si sia dimostrato «sfortunatamente» inefficace lasciare la questione alla auto-regolamentazione delle aziende. Per questo è «positivo» che l’Ue si pronunci perché siano le assemblee degli azionisti, e non i consigli di amministrazione, a decidere sugli stipendi dei manager. Un chiaro sostegno all’iniziativa che la Commissione europea sta mettendo a punto e che nei giorni scorsi era stata illustrata alla «Frankfurter Allgemeine Sonntagszeitung» dal responsabile del mercato interno, Michel Barnier. Il piano del commissario francese, che dovrebbe essere pronto entro la fine dell’anno, prevede un tetto a salari e buonuscite dei manager e una maggiore trasparenza sui super-compensi con la pubblicazione di un rapporto annuale in grado di mettere a confronto la situazione nelle diverse aziende europee. Angela Merkel ha dato così il suo via libera all’operazione tagli, facendosi interprete del malessere dell’opinione pubblica. Come ha ricordato Der Spiegel, un lavoratore tedesco su quattro guadagna meno di 9,25 euro all’ora, cioè circa 19.000 euro all’anno. Settecento volte meno di quanto ha incassato il «numero uno» della Volkswagen Martin Winterkorn, che non a caso si è autoridotto lo stipendio per evitare di superare la quota simbolica di 20 milioni di euro. La Deutsche Bank, per fare un altro esempio, ha concesso nel 2008 al suo trader Christian Bittar un bonus di 80 milioni di euro.
Sono cifre difficili da mandare giù. E la politica se ne è resa conto. Che la maggioranza «nero-gialla» volesse fare sul serio, anche senza aspettare l’Europa, lo si era capito dalle dichiarazioni di Michael Grosse-Brömer, uno dei dirigenti del gruppo della Cdu. Le nuove regole potrebbero essere approvate già nei prossimi mesi, preferibilmente prima della pausa estiva. Le elezioni tedesche sono in programma il 22 settembre e Angela Merkel non può permettersi che quello dei super-stipendi diventi un cavallo di battaglia dell’opposizione. «Non vogliamo un tetto imposto dalla Stato, ma piuttosto rafforzare i diritti degli azionisti», ha spiegato Grosse-Brömer. Su questa linea è arrivato anche il sì degli alleati liberali. Negative invece le reazioni di Spd e Verdi, che giudicano insufficienti le idee del governo. «Ci sono molte persone tra gli azionisti delle grandi compagnie che non hanno alcun interesse a limitare le somme percepite dai manager», ha detto il parlamentare socialdemocratico Joachim Poss. Tra i diretti interessati, cioè i top manager , ci sono favorevoli e contrari. Ma sono in molti a ritenere che il problema ormai coinvolga la loro stessa immagine e quella della azienda per cui lavorano. E viene da tutti escluso il pericolo che future regolamentazioni possano indebolire l’industria tedesca provocando la fuga di chi verrebbe pagato ancora meglio altrove. «Il denaro non è tutto», ha detto a Der Spiegel il presidente della Bmw, Norbert Reithofer, che non condivide però un diretto intervento del governo in questa materia. La sua retribuzione non può superare attualmente i dieci milioni di euro, qualsiasi siano profitti e ricavi, secondo un codice interno della sua azienda. «Ma ci sono alcune compagnie – dice – dove non andrei nemmeno se mi offrissero il doppio».

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