Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

La crociata degli Usa contro l’elusione fiscale “Basta utili all’estero”

Casa Bianca e Congresso lanciano iniziative parallele contro il fenomeno delle “tax inversion”, la più diffusa forma di elusione fiscale delle multinazionali Usa. Le chiamano “inversioni” perché il meccanismo più diffuso per abbattere le imposte pagate in America passa attraverso l’acquisizione di una società estera spesso molto più piccola, che poi viene presentata come la vera proprietaria al termine della fusione. In questa inversione dei ruoli, dove la preda dell’acquisizione finisce per essere depositaria del controllo, la sede fiscale si sposta all’estero e il Tesoro degli Stati Uniti vede volatilizzarsi il gettito.

Un piano per bloccare queste operazioni è stato annunciato dal senatore di New York Chuck Schumer, democratico. Schumer ricopre la terza carica del Senato per importanza ed è sempre stato un attivo legislatore su temi finanziari e fiscali. Il suo piano punta ad eliminare tutte le agevolazioni e gli incentivi verso quella tecnica di elusione che viene definita “earnings stripping”: strappar via gli utili, figurativamente, è un passaggio successivo all’inversione fiscale; accade cioè che la multinazionale Usa si far portar via i suoi profitti dalla piccola società estera in cui ha trasferito la sede fiscale. Schumer vuole varare misure che cancellino retroattivamente fino al 1994 questi trasferimenti di utili all’estero. Tra le operazioni nel mirino, la più recente è l’acquisizione che Burger King ha fatto di una catena di fast-food canadesi, al termine della quale ha spostato la sua sede fiscale in Canada.
Sulla stessa lunghezza d’onda di Schumer, il segretario al Tesoro Jack Lew ha annunciato che il suo Dipartimento sta studiando misure esecutive che «rendano queste operazioni meno attraenti» e intende annunciarle «in un futuro prossimo». Lew ha indicato che la preferenza della Casa Bianca sarebbe per una riforma complessiva del codice fiscale americano, ma questo obiettivo non è realistico a breve termine viste le irrimediabili divergenze tra democratici e repubblicani (che controllano la Camera, e a novembre potrebbero conquistare anche il Senato). Intanto, ha detto il segretario al Tesoro, «le inversioni fiscali sfruttano un cavillo che va eliminato immediatamente». Tra le opzioni che sono state ventilate dallo stesso presidente Barack Obama ci sarebbe un «esame sull’attività prevalente» di ogni multinazionale, che vieterebbe di trasferire la sede fiscale all’estero se il controllo azionario o manageriale e il grosso del business sono negli Stati Uniti.
Questo colpirebbe anche i casi clamorosi di Apple e Google, che hanno trasferito in Irlanda molti dei loro utili pagandovi aliquote fiscali irrisorie. Si stima che dalla crisi del 2008-2009 fino ad oggi ci siano stati più di 25 casi importanti di inversioni fiscali. La risposta delle aziende, fatta propria dai repubblicani al Congresso, ribalta l’accusa sul fisco americano. Con un’imposta sugli utili societari del 35%, sostengono la destra e gli industriali, l’America è uno dei Paesi più esosi. In Olanda, la stessa imposta è del 25%. Inoltre il fisco Usa applica il suo prelievo agli “utili globali” mentre altri Paesi hanno un criterio di tipo territoriale. In realtà molte multinazionali Usa non hanno mai pagato il 35% d’imposta sui loro utili. Un’altra pratica molto diffusa consiste nel farsi prestare dei fondi dalle proprie filiali estere. Il rimborso di questi debiti fasulli, che oltretutto è fiscalmente deducibile, sposta cash all’estero.
Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Come se fossimo tornati indietro di sei mesi, il governo si divide tra chi vuole subito misure anti-...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Arriva la firma del premier Conte al decreto di Palazzo Chigi che autorizza la scissione degli 8,1 m...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Doppia proroga della cassa integrazione per l’emergenza Covid-19 per assicurare la copertura fino ...

Oggi sulla stampa