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La crisi spegne il 20% di start up

Tra le imprese fondate dal 2009 al 2013 una su cinque non ce l’ha fatta: l’imprenditore ha gettato la spugna e l’ha chiusa. Un tasso di mortalità elevato contraddistingue l’ultimo quinquennio, un arco di tempo in cui sono nate poco più di 1,8 milioni di aziende. Di queste sono rimaste sul mercato a fine 2013 quasi 1,5 milioni, mentre la quota restante, circa 360mila imprese, hanno cessato l’attività, portate via dalla crisi, la più dura e lunga dal dopoguerra. Gli anni più difficili sono stati quelli tra il 2009 e il 2011: qui si concentrano le quote maggiori di cessazioni.
È quanto rivela uno studio realizzato da Cribis D&B, società del Gruppo Crif, sulle performance delle aziende costituite dopo il 2008.
Spesso a rivelarsi fatale è stata la scelta del settore: quelli troppo tradizionali si sono dimostrati particolarmente ostici per i neoimprenditori. È il caso di chi ha puntato sulle attività di commercio, sia al dettaglio che ingrosso, l’edilizia, bar e ristorazione. Qui si concentra la quota maggiore di aperture nonché di cessazioni dopo poco tempo dall’apertura. Hanno avuto più successo, riuscendo a superare il giro di boa del quinquennio, coloro che hanno aperto un bed & breakfast, un agriturismo o una azienda di agricoltura biologica, un’attività di servizi alla persona o iniziato a produrre elettricità con impianti fotovoltaici. Insomma, imboccare la via dell’innovazione e della specializzazione anche nei servizi ha messo in sicurezza l’investimento fatto nella start up e assicurato la sopravvivenza del l’azienda.
Nel settore dell’agricoltura, in particolare, le cessazioni si sono avvicinate al 12%, il valore più basso tra tutti i settori considerati, a fronte di un 7,7% di aziende neocostituite. Una rivincita della old economy.
«I settori della ristorazione e del commercio sono i più accessibili, perché richiedono un minimo investimento iniziale, sono facili da aprire ed è altrettanto facile che non riescano a farcela in un periodo di crisi – sottolinea Marco Preti, a.d. di Cribis D&B -. Oggettivamente negli ultimi anni il tasso di mortalità è cresciuto».
Lo studio segnala inoltre un livello di rischiosità commerciale per le aziende costituite dopo il 2008 più alto della media nazionale. «A marzo 2014 solo il 38% delle imprese ha puntualmente pagato alla scadenza le fatture – sottolinea l’a.d. -. Si è registrato un calo di otto punti rispetto all’anno precedente».
A livello territoriale l’area più difficile è stata quella del Nord, dove il tasso di mortalità tra le aziende di recente costituzione ha raggiunto in media il 21 per cento. Le regioni con la maggior quota di cessazioni tra le nuove nate sono il Piemonte e l’Emilia Romagna.
Dal Sud arrivano alcune sorprese. Qui si concentra la minore quota di chiusure, con una media intorno al 18,5 per cento. La Basilicata e il Lazio sono le regioni con la minore quota di cessazioni tra le aziende create dopo il 2008. «Nel Mezzogiorno ci sono meno imprese e forse per questo sopravvivono» spiega Preti. Nel Sud e Isole inoltre si concentra la migliore performance, vicino al 33%, in termini di natalità. In altre parole, ne nascono di più e ne chiudono di meno.
Nel quinquennio spicca il 2009 come annus horribilis. I settori che hanno visto il maggior tasso di mortalità sono quelli dell’intermediazione mobiliare (ha chiuso un’azienda su due), seguito dal comparto della produzione di abbigliamento uomo e ragazzo (44% di chiusure) per finire con le agenzie assicurative e di servizi. Tra i migliori spiccano le attività di servizi sanitari, gli allevamenti di animali e il trasporto merci su gomma: qui le cessazioni hanno colpito un’impresa su sette.

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