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La crisi preoccupa Ma per un italiano su 4 il peggio è alle spalle

La notizia della contrazione del Pil nel primo trimestre 2014 rappresenta una doccia fredda per il sistema Italia. Le attese, non solo del governo che pure prudenzialmente aveva già ridotto le stime di crescita, ma anche della gran parte degli osservatori, erano invece di una lieve crescita. D’altra parte lo scorso trimestre, per la prima volta, si era registrata un’inversione di tendenza rispetto al precedente ciclo recessivo. Questo stop and go , piccole schiarite e immediato ritorno al maltempo, sembra caratterizzare anche gli atteggiamenti degli italiani di fronte a questa crisi che si prolunga ormai da molto tempo. 
La preoccupazione è elevata: coinvolge complessivamente l’84% dei cittadini, con quasi due terzi molto preoccupati per l’impatto che la crisi può avere (o, spesso, ha già avuto) sulle condizioni economiche delle famiglie. Si tratta di una preoccupazione trasversale, anche se più sentita nel Sud del Paese, dove le condizioni economiche sono più difficili. Ed è una preoccupazione stabile, che ci accompagna in questa misura dal secondo semestre 2011, cioè a partire dall’estate terribile che ha segnato l’inizio della crisi del governo Berlusconi con l’intervento pesante sul nostro Paese da parte della Bce.
Le previsioni per il prossimo futuro sono stabili: il 24% pensa che la propria situazione economica di qui a sei mesi migliorerà, il 22% si aspetta che peggiorerà, la maggioranza assoluta prevede condizioni invariate. Più consistente l’attesa di miglioramento nel Nord Est e nel Centro Nord (le cosiddette regioni rosse), mentre nel Sud prevale il pessimismo. Quindi un clima grigio, che però è decisamente migliore di quello che registravamo negli ultimi anni, anche se già nel 2013 erano emersi segnali di miglioramento.
Comunque la situazione economica del Paese si mantiene pesante: solo il 16% valuta positivamente lo stato della nostra economia, mentre l’80% ne dà un giudizio negativo (e di questi un terzo pesantemente negativo). È un’opinione stabile e largamente trasversale. Dalla fine del 2011 le valutazioni sono infatti al loro minimo storico e non si sono ancora risollevate. E sono sostanzialmente simili in tutto il Paese: dal minimo dell’8% al Centro Sud sino al massimo del 19% del Nord Ovest.
Ma in questo clima poco confortante, in cui al massimo possiamo aspirare alla stabilità (una stabilità di redditi che però per le famiglie si sono già contratti nel corso della crisi), uno spiraglio sembra intravedersi. Piccolo, come breve è stato il segnale di ripresa (o meglio di non contrazione) dell’economia nazionale, ma pure da cogliere. Questo spiraglio è segnalato sia dall’Istat che dai nostri sondaggi. L’Istat misura mensilmente la fiducia dei consumatori. Si tratta di un indice composto dai risultati di più domande relative a giudizi e attese sulla situazione economica del Paese, della famiglia, sulla disoccupazione, ecc. Questo indicatore segnala una netta crescita negli ultimi due mesi, marzo e aprile, con un dato che ritorna per la prima volta ai livelli del 2010. E in particolare con una crescita della fiducia nel Sud del Paese, cioè nei territori più in difficoltà.
La stessa tendenza viene registrata da una domanda del nostro sondaggio che mira a definire il momento percepito della crisi. Oggi il 38% pensa che il peggio debba ancora arrivare, il 33% ritiene che siamo ora all’apice della crisi, un quarto invece valuta che il peggio sia già passato. A prima vista ancora un dato poco confortante. Ma se guardiamo al trend recente le cose cambiano. Negli ultimi mesi, esattamente come Istat per il proprio indicatore, registriamo un evidentissimo cambio di clima. Fino alla fine del 2013, sia pure con un calo, la maggioranza assoluta degli italiani valutava che il peggio della crisi dovesse ancora arrivare. Questa percentuale si attenua a marzo (48%) ma oggi crolla, scendendo di ben 10 punti. E specularmente cresce l’ottimismo di chi pensa che oramai il peggio sia già passato, con un incremento di 10 punti. Questo sentimento è decisamente diversificato nel Paese. Per aree geografiche: molto più ottimista il Nord Est (che spesso anticipa orientamenti del Paese), decisamente pessimista il profondo Sud. Per caratteristiche professionali, dove emerge una evidente frattura: decisamente più ottimisti gli imprenditori e i manager, fortemente pessimisti i lavoratori autonomi. Di nuovo un’Italia a due (e forse più) velocità. Ma se la contrazione del Pil di questo trimestre non è foriera di un peggioramento strutturale, questo ottimismo va colto e valorizzato. Perché il Paese ha un disperato bisogno di un’iniezione di fiducia.
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