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La crisi ha colpito di più il Nord-Ovest

È il Nord-Ovest la macroarea dove i sette anni di crisi 2008-2014 si sono fatti sentire di più. E sempre nel Nord-Ovest si è registrato l’anno scorso il maggior numero di fallimenti. La lunga recessione ha fatto scomparire quasi un milione di addetti: in tutta Italia hanno perso il posto, in media, 515 persone al giorno. Lo rivela un’analisi di Cerved, che ha misurato l’effetto della crisi sul tessuto industriale.

È presto per dire se sono i primi effetti del Quantitative easing della Bce, del mini-euro, del greggio sotto i 50 dollari, ma negli ultimi dieci giorni si sono visti tanti piccoli segnali che lasciano ben sperare. Sono quelli che arrivano da Bankitalia, CsC e Istat, che scorgono l’avvicinarsi della luce alla fine del tunnel della recessione durata sette anni. Una lunga crisi che ha pesato moltissimo, visto che si sono persi quasi 980mila addetti. In pratica, considerando solo i giorni lavorativi, sono scomparsi in media 515 posti di lavoro al giorno. In questi sette anni è come se avesse “chiuso per crisi” una città come Firenze o Padova, popolata da quasi 67mila aziende, quante ne sono fallite nel periodo 2008-2014.
Sono i risultati cui arriva una elaborazione compiuta da Cerved per analizzare le ripercussioni e i danni causati dalla recessione al sistema imprenditoriale italiano. Alla luce dei dati preliminari, il 2014 è stato l’anno peggiore in termini di fallimenti, che dovrebbero aumentare di circa il 10% sull’anno precedente, mentre si è fermato il trend in ascesa dei posti di lavoro persi.
«Il dato positivo del 2014 è che, per via della minore dimensione delle imprese fallite, si è finalmente arrestata l’emorragia dei posti di lavoro persi – spiega Gianandrea De Bernardis, amministratore delegato di Cerved -. Secondo le nostre proiezioni, il 2014 dovrebbe chiudersi con un -0,5% di addetti persi rispetto al 2013 e perdite più pesanti nel terziario e, a livello territoriale, nel Nord-Ovest. Una tendenza che fa ben sperare per i prossimi trimestri, anche se non si è ancora verificata l’auspicata inversione nel numero dei fallimenti».
In frenata, in questi anni di crisi, anche il giro d’affari delle Pmi: dal 2007 al 2013 la flessione è stata in media del 5,6%, mentre per le piccole si arriva a sfiorare il 9 per cento.
È il Nord-Ovest la macroarea dove la recessione ha colpito più duramente. Lo scorso anno qui si è concentrata la quota maggiore di fallimenti (quasi uno su tre) e sono stati persi oltre 56mila posti di lavoro.
«Il manifatturiero in Piemonte è stato il più toccato dalla crisi e nell’ultimo decennio ha cambiato pelle – osserva Gianfranco Carbonato, presidente di Confindustria Piemonte -. Ora dagli investimenti nell’auto arriverà un’accelerazione della ripresa». Non più, dunque, una regione solo auto-centrica, ma un territorio che è riuscito ad affermarsi in altri settori (aerospaziale, alimentare, nautica e Ict), mentre la filiera dell’auto si è internazionalizzata, visto che «nell’export riusciamo a fare molto meglio di altri territori», e diversificata. Un processo radicale che ha però fatto molti “caduti” tra le imprese.
«In Liguria c’è un ridimensionamento della fiducia e si scontano le crisi dell’Ilva di Cornigliano, dell’edilizia, dell’agroalimentare, oltre al cronico deficit nei collegamenti infrastrutturali verso il Nord Europa – lamenta Sandro Cepollina, presidente di Confindustria Liguria -. Inoltre fare impresa in questa regione costa più che in altre aree d’Italia». Se il 2014 è finito male dal punto di vista delle aspettative, con qualche migliaio di addetti in cassa integrazione da lungo tempo e con aziende che valutano il concordato, il 2015 si apre con uno spiraglio di ripresa legata all’export della metalmeccanica.
Non facile la situazione delle Marche, ricca di piccole e micro-attività legate a grandi gruppi come l’Indesit o al distretto delle calzature, ora messo in difficoltà dalla svalutazione del rublo. «Si soffre per la non crescita, mentre le realtà più deboli sono fallite, chiuse o messe in liquidazione – ricorda Nando Ottavi, presidente di Confindustria Marche -. Qualche segno di ripresa arriva da chi esporta nell’area del dollaro, ma serve una politica di investimenti pubblici e privati che ridia fiato al manifatturiero».
Quanto ai comparti, con la metà dei default è il+ macrosettore dei servizi il più colpito: «Ne hanno risentito le aziende di distribuzione, trasporto-logistica e dei servizi non finanziari», sottolinea De Bernardis.
Anche il comparto delle costruzioni (22% di default) si lascia alle spalle un pessimo 2014. «In sette anni sono stati persi quasi un terzo degli investimenti e migliaia di addetti – afferma Paolo Buzzetti, presidente Ance -. Oggi si vedono i primi segnali di inversione di tendenza, che devono essere stabilizzati per fare ripartire davvero la ripresa».
Ma non tutte le imprese usciranno dal tunnel. «Nei prossimi due anni ci sarà una maggiore polarizzazione tra le aziende che si rafforzano e quelle che nonostante la ripresa usciranno dal mercato – conclude l’ad di Cerved -. Le Pmi aumenteranno margini e ricavi lordi, ma i fallimenti rimarranno comunque ai massimi storici».

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