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La crisi frena i maxi-stipendi I 13 manager sopra 3 milioni

La pandemia ha ridotto anche le remunerazioni dei top manager. Fra i tagli di stipendi e bonus decisi proprio in relazione alla eccezionale congiuntura e i cali nelle quote variabili in equity legate al valore delle azioni e dei risultati aziendali, nel 2020 il monte compensi di presidenti e amministratori delegati delle 27 società industriali e di servizi quotate in Borsa si è «fermato» a 102,5 milioni, con un calo di 21 milioni, pari al 17%, rispetto al 2019. La retribuzione media è stata pari a poco più di 2 milioni lordi. Ciò significa che un dipendente medio deve lavorare 36 anni per guadagnare quanto una sua figura apicale nei 12 mesi dell’anno scorso: dal 1984 al 1999 per “raggiungere” la quota fissa, e dal 2000 al 2020 per la parte variabile. L’analisi è contenuta nel rapporto su «Gli effetti del covid-19 sui bilanci 2020 delle società industriali e di servizi quotate sul Ftse-Mib» realizzata dall’Area studi Mediobanca.

Il compenso medio di presidenti e ceo, che comprende la parte fissa (inclusi i benefici non monetari), pari al 41%, quella variabile (59%) in cash e in equity (valutata al fair value, cioè al valore di Borsa) cresce con la capitalizzazione delle società: sotto i 5 miliardi è di 1,23 milioni, mentre sopra i 20 miliardi sale a 5,14 milioni. Ciò significa che per un dipendente sono necessari 90 anni di lavoro per accumulare un simile stipendio. La remunerazione media di un presidente donna è invece inferiore del 16,8% a quella di un «collega» uomo.

La classifica dei top per compensi nel 2020 vede al primo posto Mike Manley (alla guida di Fca, poi passato agli inizi del 2021 con la fusione con Psa e la creazione di Stellantis, alla testa di Head Americas, quindi delle attività americane del nuovo gruppo) con 11,7 milioni, pari a circa 200 anni di lavoro di un dipendente medio. Al secondo posto è John Elkann, numero uno di Exor, la holding della famiglia Agnelli, con 8,5 milioni. Rispettivamente terzo e quarto sono due top manager pubblici: Francesco Starace di Enel con 7,5 milioni e Claudio Descalzi di Eni con 6.

La remunerazione scesa relativamente di più è stata quella di Luca Garavoglia, presidente (e azionista) di Campari, la cui retribuzione, totalmente fissa, si è ridotta di 800 mila euro, cioè del 94,4%. Il calo in assoluto più consistente è stato invece per Remo Ruffini, presidente e consigliere delegato (nonché anche lui socio) di Moncler, il cui compenso (grazie anche all’azzeramento del bonus) è diminuito di 2,4 milioni, cioè del 36,5%.

L’impatto sui compensi è stato simile a quello sul fatturato delle 27 società considerate, che l’anno scorso hanno perso il 18,6% dei ricavi, equivalenti a 75 miliardi. Ed è stato più alto rispetto a quello dei dividendi, diminuiti di 1,4 miliardi, il 12%. E’stato però molto più contenuto rispetto al calo dei margini industriali, crollati del 42,5%, e del risultato netto, in rosso per 1,5 miliardi rispetto a un utile di 12,8 miliardi nel 2019.

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