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«La crisi dell’euro? Può mandare in frantumi il senso dell’Unione»

di Francesca Basso

MILANO — «La mia preoccupazione è che la crisi dell'Eurozona non mandi in frantumi l'euro ma il senso di appartenenza all'Unione Europea, a un continente comune». Mario Monti, presidente della Bocconi ed ex commissario Ue, è certo che la moneta unica stia dando prova di forza: «Il caso della Grecia e le trasformazioni che ora Atene sta mettendo in atto dimostrano il poderoso funzionamento della macchina dell'euro come vettore di stabilità». Ma l'interrogativo che torna ricorrente nei diversi Paesi è «più o meno Europa?». E considerata l'Italia, l'altra domanda che sorge è «sacrifici per noi o per l'Europa?». Il nodo da sciogliere non è solo economico ma anche politico e ne hanno discusso gli economisti Mario Monti e Franco Bruni con il direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli in un incontro organizzato dalla Fondazione Corriere della Sera, Ispi e Università Bocconi. Sul tavolo ci sono scelte economiche nazionali, la politica economica dell'Unione Europea e della Bce.

«Il cuore del problema — ha sottolineato Bruni — è la scoperta dell'interdipendenza tra gli Stati». Il risultato è che «la salute dell'Europa dipende dal successo del riaggiustamento dell'Italia, ma la salvezza del nostro Paese dipende dal completamento del processo di integrazione europea». Anzi, per Monti «l'Italia non è mai stata così decisiva per l'avvenire dell'Europa e così estranea alle decisioni sull'avvenire dell'Europa». Si tratta per de Bortoli di «un'autoesclusione del nostro Paese dal novero di coloro che hanno fondato l'Unione Europea». Il risultato di una serie di scelte mancate, come «il ritardo nell'adottare le misure necessarie per la crescita e il continuare a parlare dell'Italia come di eccezione nella crisi globale» quando invece c'eravamo dentro. Sono state Bruxelles e Francoforte a riportarci con i piedi per terra, proprio quelle istituzioni che rischiano di essere prese di mira dalle opinioni pubbliche nazionali se non adeguatamente informate. «Noi italiani senza interventi dall'esterno — ha ricordato Monti — staremo a vantarci del nostro modello invincibile e misconosciuto dagli analisti internazionali». Del resto, prima della famosa lettera della Bce al nostro governo con il viatico per affrontare la crisi di agosto, la politica sosteneva — tagliando corto — che «l'Italia era vittima della speculazione internazionale», ha fatto presente de Bortoli.

Quella lettera così come il comunicato congiunto di Merkel e Sarkozy a Italia e Spagna, secondo Monti ha messo in evidenza «le derive nella governance europea rispetto ad alcuni Stati membri», la forte attenuazione del ruolo della Commissione Ue e il protagonismo di Germania e Francia. Tutti chiedono «un salto di qualità all'Europa» ha spiegato Bruni, ma è anche vero che «siamo abituati a pensare a Bruxelles come a qualcosa che prosegue con gradualità. E i tempi della politica sono più lenti di quelli dell'economia».

In più, la lettera della Bce a uno Stato membro ha aperto «una serie di interrogativi»: Monti avrebbe preferito che «la prescrizione di politica economica arrivasse da Bruxelles e non da Francoforte». E se Bruni si chiede se si debbano «rivedere le strategie della Bce includendovi la stabilità», Monti si dice «non favorevole all'inserimento dell'obiettivo di crescita nella Banca centrale europea perché sarebbe un alibi per gli Stati membri per attribuirle le responsabilità». Il cuore del problema: le scelte dei politici. Monti constata «un crescente populismo persino nell'ambito della politica economica», risultato dell'orizzonte di «breve termine» di chi è al governo. E per l'ex commissario Ue il rischio a Bruxelles come a Francoforte è di passare «dalla democrazia alla creditocrazia».

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