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La crisi dell’euro Nove settimane e mezzo per scongiurare Grexit

A tre anni di distanza dal default, sulla Grecia torna a volteggiare lo spettro di un’uscita dall’eurozona. Come prima, più di prima, dato che i policymaker ne parlano sia a livello formale sia sul piano confidenziale. Nessuno vuole che questo scenario si verifichi, ma potrebbe diventare realtà nel caso deragliassero le trattative tra il governo di Alexis Tsipras e il Brussels group, ovvero la vecchia troika composta da Fondo monetario internazionale (Fmi), Banca centrale europea (Bce) e Commissione Ue, con l’aggiunta dello European stability mechanism (Esm). Eppure, un rischio c’è. Cruciali saranno le prossime nove settimane e mezzo. 
Le regole
Prima di addentrarsi nel rischio Grexit, così è stata definita dagli investitori internazionali l’eventuale secessione della Grecia dall’area euro, bisogna partire dall’assunzione che da essa non si può uscire, almeno secondo la legislazione vigente. L’articolo 50 del Trattato di Lisbona dice che non si può recedere dall’eurozona, ma dall’Unione europea. Una volta usciti dall’Ue, quindi, il Paese che ha optato per la secessione smetterebbe di utilizzare l’euro come valuta nazionale e sarebbe espulso dal mercato unico europeo. Tuttavia, esiste la possibilità che si arrivi comunque a questo epilogo, che secondo i calcoli della banca elvetica Ubs, potrebbe distruggere il 45% del Pil del Paese solo nel primo anno dall’uscita e farebbe svalutare la nuova moneta del 60% contro l’euro. Non sono pochi i pericoli che corre la Grecia. Atene rischia infatti di arrivare a una situazione paradossale, quella dell’uscita accidentale. In altre parole, potrebbe esserci una serie di eventi tali da indurre il Grexit. Il primo è dato dalla volatilità dei depositi nelle banche elleniche. Da novembre a oggi, secondo i dati della banca centrale greca, sono stati ritirati oltre 30 miliardi di euro, con un ritmo crescente. Più questo fenomeno si accentua, più gli istituti di credito ellenici risultano dipendenti dal canale di liquidità assistenziale della Bce, l’Emergency liquidity assistance (Ela), già incrementato più volte negli ultimi due mesi.
La seconda situazione di stress è data dalla fragilità dell’accordo fra Grecia e Brussels group dello scorso 20 febbraio, che sanciva l’estensione di quattro mesi del secondo programma di salvataggio, attivato nel 2012. Le negoziazioni, a due mesi esatti di distanza, sono ferme. Da un lato Tsipras e il suo ministro delle Finanze Yanis Varoufakis non hanno ancora presentato la lista di riforme richiesta all’Eurogruppo. Dall’altro è in corso lo scontro fra il cancelliere tedesco Angela Merkel, più moderata, e il titolare del Tesoro Wolfgang Schäuble, più radicale e meno incline al compromesso con le autorità greche. In mezzo, c’è la Commissione Ue, che attende invano un segnale da Atene.
Pressioni
La terza fonte di pressione riguarda i rimborsi già pianificati. I mesi più caldi sono maggio e giugno, dato che dovranno essere rimborsati al Fmi 2,533 miliardi di euro. La prima data da tener d’occhio è il 12 maggio, quando il Paese dovrà versare all’istituzione di Washington 765 milioni di euro. Un giorno dopo l’Eurogruppo che gli analisti di JP Morgan considerano lo spartiacque della crisi greca. Se non si trovasse un accordo sui nuovi prestiti, la Grecia potrebbe essere impossibilitata a ripagare i prestiti del Fmi. Ma anche se trovasse le risorse, ci sarebbe giugno, con 1,568 miliardi di euro da rimborsare, a più scadenze, entro il 19 del mese. In pratica, mancano circa nove settimane e mezzo alla resa dei conti sul futuro del Paese.
Se Atene non rimborsa un prestito al Fmi, dopo un periodo di grazia di trenta giorni, sarà considerata insolvente. Vale a dire che il Paese si avvierà verso il secondo fallimento sovrano nell’arco di tre anni. Secondo la banca francese Natixis questo potrebbe portare ulteriore pressione sia sociale, per via del mancato pagamento di stipendi e pensioni, sia finanziario, perché le banche elleniche perderebbero la stampella della Bce. Senza quest’ultima, la Grecia sarebbe de facto fuori dall’eurosistema, dato che l’unico supporto possibile per il sistema bancario sarebbe la banca centrale nazionale.
Gli scenari
In questo caso, di fronte all’urgenza di liquidità, alimentata da una quasi scontata fuga dei depositi, il Paese avrebbe due sole vie: o un nuovo programma di salvataggio o un ritorno alla dracma. Come fa notare la banca americana Citi «è vero che sta salendo il rischio di un’uscita dall’eurozona della Grecia ma bisogna ricordare che, se da un punto di vista economico e finanziario appare gestibile, sarebbe inestimabile sul versante della fiducia degli investitori internazionali». In sostanza, un salto nel buio.
Sotto il profilo politico, l’area euro si mostrerebbe incapace di gestire un’emergenza. La prima conseguenza sarebbe la pressione sul mercato obbligazionario, a cui farebbe seguito l’incertezza degli investitori internazionali sulla solidità dell’intera eurozona. «La domanda nel caso del Grexit è solo una “chi sarebbe il prossimo?”», ha detto il commissario Ue agli Affari economici e finanziari Pierre Moscovici. Una domanda che, come ha sottolineato JP Morgan, nessuno desidera porsi nell’eurozona.
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