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La crisi del credito è costata agli Stati Ue 1.300 miliardi di euro

di Maximilian Cellino e Morya Longo

Era l'unica banca d'Irlanda rimasta privata. Non aveva mai dovuto chiedere l'intervento diretto dello stato. Ma ora anche Irish Life & Permanent potrebbe essere costretta ad alzare bandiera bianca. Il mercato è convinto che il Governo debba presto mettere mano al portafoglio, per la quinta volta in meno di due anni, e spendere almeno un miliardo di euro per evitare il crack di questo istituto. L'ultimo rimasto privato. Il copione è sempre lo stesso: la banca iper-indebitata finisce sull'orlo della bancarotta, lo Stato interviene, il contribuente paga e i conti pubblici si zavorrano di debiti. Non è un caso che ieri, mentre in Borsa Irish Life crollava del 45%, il differenziale di rendimento fra il titolo di Stato irlandese e quello tedesco, cioè la migliore misura del rischio-Paese, saliva vicino ai massimi storici a 688 punti base. La crisi della banca – sa bene il mercato – è crisi dello Stato.

L'Irlanda è il caso più eclatante, ma non l'unico. In Europa i Governi hanno già speso – secondo l'indagine più recente di R&S Mediobanca – 1.300 miliardi di euro per salvare i gruppi creditizi. L'aspetto curioso è che a finanziare gli stati, comprando i loro titoli di debito, sono state in gran parte le stesse banche. Ma, a prescindere dal cortocircuito, il problema è un altro: è possibile che presto servano nuovi interventi. Lo dimostra il caso irlandese e quello recente della Spagna. Standard & Poor's stima che, in seguito ai risultati degli stress test, gli istituti di credito potrebbero essere costretti a chiedere altri 250 miliardi di euro. Per Basilea 3, calcola invece Boston Consulting, ne potrebbero servire 275. Una parte arriverà dal mercato. Ma una parte potrebbe essere chiesta ancora ai governi. Così il ciclo è destinato a continuare: banche in crisi, intervento pubblico, Stato in affanno, banche ancora in crisi.

Il grande vortice

Basta guardare i dati per capire che si tratta di un vero e proprio cortocircuito. Dall'inizio della crisi i Governi europei hanno messo sul piatto 1.931 miliardi di euro e il Tesoro Usa ha utilizzato 2.791 miliardi di dollari per salvare le banche. Parte di questi soldi sono già stati rimborsati, tanto che ora lo sforzo pubblico è ben minore: 1.310 miliardi di euro per l'Europa e 2.051 miliardi di dollari per l'America. In alcuni casi i rimborsi sono stati così elevati, che i Governi hanno addirittura guadagnato da alcuni interventi specifici. È il caso americano: dal programma Tarp, il salvagente pubblico lanciato ancora dall'amministrazione Bush per comprare titoli "tossici", Washington ha già recuperato il 99%. E, stima il Tesoro, alla fine i contribuenti potrebbero guadagnare 20 miliardi di dollari. Anche lo Stato svizzero ha realizzato una plusvalenza di 1,2 miliardi di franchi con il salvataggio (con rimborso) di Ubs. E che dire del Belgio? In questi giorni il Governo si gongola del fatto che dalle banche salvate incasserà 364 milioni di euro in dividendi.

Di esempi così se ne possono trovare molti. Ma quando i Governi sbandierano questi dati, raccontano solo metà della storia. L'altra metà è che, sommando tutti gli interventi, i soldi recuperati non sono neppure la metà di quelli spesi. Altrimenti non si spiegherebbe come mai gli Usa abbiano oggi un debito pubblico intorno al 100% del Pil e gli Stati Europei abbiano aumentato vertiginosamente debito e deficit. La verità è che i salvataggi delle banche hanno trascinato nei guai gli stati. E che, per una sottile vendetta del destino, gli stati stanno facendo lo stesso con le banche. Gli istituti di credito europei detengono infatti in portafoglio titoli di stato per 1.543 miliardi di euro: più i Governi le salvano e peggiorano i conti pubblici, dunque, più le stesse banche registrano perdite in bilancio.

Non è finita

La soluzione è una sola: ricapitalizzare gli istituti di credito. Migliorare i requisiti di patrimonio serve loro per giocare d'anticipo e mettersi al passo con le norme stringenti imposte (gradualmente) da Basilea 3, o magari anche per non farsi cogliere in contropiede dagli stress test che saranno realizzati il mese prossimo. Annunciando due giorni fa l'operazione da un miliardo, che ieri le è costata cara in Borsa, Ubi Banca ha negato che la decisione fosse dettata dall'imminenza dei test. Ma è chiaro che lo scoglio degli stress test è ben impresso nella mente dei mercati. Lo dimostra il tonfo in Borsa di Irish Life, legato proprio alle voci di un mancato superamento dell'esame: i risultati saranno pubblicati dalla Banca d'Irlanda domani pomeriggio e il mercato teme brutte sorprese. In caso di bocciatura, la banca non potrà certo rivolgersi al mercato per chiedere fondi e dovrà dunque bussare alla porta del governo di Dublino, che a sua volta si è dovuta affidare agli aiuti internazionali.

Questo è il punto: non tutti gli istituti saranno in grado di raccogliere i capitali sul mercato. Alcuni, nei paesi in crisi (Grecia, Portogallo e forse Spagna), difficilmente ce la potranno fare. Almeno quelli più in difficoltà. In tal caso l'intervento pubblico potrebbe essere inevitabile. Per gli istituti degli altri Paesi la strada dovrebbe invece essere più agevole, anche se costosa. L'obiettivo è di seguire l'esempio americano: negli ultimi due anni le banche, dopo aver preso ingenti aiuti pubblici, sono state in grado di rafforzarsi incrementando il capitale di 300 miliardi di dollari. Ora possono di nuovo aumentare i dividendi, finanziare i programmi di buy back o restituire gli aiuti ricevuti. Almeno fino alla prossima crisi finanziaria.

 

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