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«La crisi del capitalismo? Bisogna tornare alle regole»

La postdemocrazia, concetto inventato nel 2000 da Colin Crouch, ha portato la Brexit nel Regno Unito, Donald Trump alla presidenza in America e la Lega e il Movimento 5 Stelle al governo in Italia, anche perché «il capitalismo non ha mantenuto la promessa di benessere diffuso. E ora il mondo si trova in una situazione molto difficile». Ma «l’Unione Europea, nonostante i limiti, resta il modello più avanzato dell’umanità», sostiene il sociologo e politologo britannico. Crouch, 74 anni, è tra i protagonisti di «Stagione capitale», il palinsesto di iniziative pubbliche, ideato dalla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, per identificare nuovi modelli economici e sociali, capaci di mettere al centro i bisogni reali della cittadinanza, che sarà presentato oggi a Milano.

Professor Crouch, che cosa sta succedendo?

«La gente si sente senza vincoli forti, senza radici, a causa del declino dell’identità sociale, in passato garantita dai partiti politici e dalla religione, legami tradizionali che stanno venendo meno in un’epoca segnata da grandi choc. Come lo choc dell’economia, provocato dalla crisi finanziaria del 2008 e poi dalla crisi dell’euro in Europa; e lo choc del terrorismo islamico. La gente si sente distaccata dalla politica, perciò l’identità nazionale diventa importante. Ecco perché crescono partiti di destra estrema in Svezia, in Gran Bretagna, in Italia con la Lega, in Ungheria, in Polonia, in Danimarca e anche in Germania. Lo stesso Trump è frutto di queste crisi. Tutti questi movimenti condividono il disagio nella vita delle persone e puntano sul rafforzamento dell’identità nazionale come strumento per risolvere i problemi. La gente vi si aggrappa e questo spiega l’ascesa di questi fenomeni. È vero che si tratta sempre di una minoranza tra il 20 e il 35%, ma basta per rompere gli equilibri».

L’ineguaglianza aumenta in tutto il mondo; i figli stanno peggio dei padri. Dove ha fallito il capitalismo?

«Nei grandi anni trionfanti di Reagan e della Thatcher abbiamo dimenticato che il capitalismo ha bisogno di regole, soprattutto nella finanza, come abbiamo visto nella crisi del 2008. I mercati e l’imprenditorialità creano valore, ma anche danni, o “scarti”, come li ha definiti papa Francesco parlando di “scarti umani”. Il capitalismo produce scarti per essere più efficiente, ma dobbiamo fare qualcosa per limitarli, serve uno Stato che crei le infrastrutture e ripari i danni. E quando c’è più mercato, abbiamo bisogno di più politiche sociali. Invece non è cambiato nulla, siamo tornati al modello di debito eccessivo. Perciò avanziamo sempre verso una nuova crisi».

Quali valori dovrebbe perseguire un nuovo modello economico e sociale?

«Per un nuovo capitalismo serve collaborazione internazionale. Dopo il 2008 abbiamo visto una straordinaria cooperazione a livello globale che ha limitato gli effetti della crisi. Oggi servirebbe ancora più collaborazione. Invece con la destra estrema sono tornati il nazionalismo e il razzismo, in contrapposizione con l’altra anima della destra neoliberale, che ha bisogno invece della globalizzazione. Osserviamo tre culture politiche: la social-democrazia, ora molto debole; la destra neoliberale, pure in crisi; e la destra xenofoba. Esistono varie alleanze possibili. Quando la democrazia sociale si coalizza con la destra xenofoba, abbiamo un fascismo sociale, che lavora per i propri cittadini; la terza via di Blair era l’alleanza tra social-democrazia e destra neoliberale. Ma, come vediamo in Svezia, le coalizioni rendono tutto più complicato».

L’Unione Europea e l’euro per sopravvivere hanno bisogno di più integrazione, proprio mentre gli Stati rivendicano maggiore sovranità. Anche il progetto europeo è destinato a fallire?

«La sovranità nazionale è un’idea dell’800. A parte la Corea del Nord, tutti i Paesi dipendono tra di loro. Piuttosto servono più collaborazione e cooperazione. Tutti parlano di sovranità, ma questa è compromessa ogni giorno: l’economia è globalizzata, gli scambi tra culture ci arricchiscono, l’internazionalizzazione è inevitabile. Il modello Ue è il più avanzato dell’umanità, un esempio per il mondo, che però oggi America e Russia vogliono distruggere. Forse l’Unione si deve sviluppare attraverso una serie di centri concentrici, c’è già un nucleo di Stati membri pronti ad accelerare. Tradizionalmente l’Italia è stata al centro, la domanda è se continuerà a essere uno dei 3 Paesi fondamentali o sceglierà di stare al margine. Al centro ci sono più obblighi, ma più influenza, in periferia si conta di meno. Gli choc finanziari degli ultimi 10 anni hanno evidenziato il problema di design della moneta comune, noto agli accademici, ma scoperto dai governi nel mezzo della crisi. Oggi le regole sono già più flessibili, ma si possono riformare. Forse l’Unione perderà qualche altro Stato membro per strada, ma credo che i vantaggi di salvaguardare questo modello prevarranno».

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