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La crescita zero spaventa l’Ue Il Recovery Fund dovrà salire

Torna l’incubo della crescita sotto zero, con l’Europa che teme di impiantarsi nuovamente nel quarto trimestre del 2020 spegnendo il rimbalzo dell’estate. Non sarebbe tecnicamente ancora recessione, perché lo sia servono due trimestri di passivo consecutivi, ma sarebbe il segnale che la seconda ondata di Covid e le conseguenti misure restrittive anche senza lockdown mordono sull’economia. A Bruxelles la Commissione Ue monitora i dati in attesa di pubblicare, il 5 novembre, le previsioni economiche d’autunno. Con il timore, se non la certezza, di dover segnalare il nuovo passaggio a vuoto della zona euro negli ultimi tre mesi dell’anno per di più accompagnato da ulteriori forti rischi al ribasso dettati dall’andamento incerto della pandemia. La preoccupazione è palpabile anche nelle capitali del Sud, dove si studiano le contromosse: si immagina di rilanciare il Recovery Fund, aumentandone la potenza di fuoco e rendendolo permanente, e di riformare il Meccanismo europeo di stabilità (Mes).
Ieri la Commissione Ue ha emesso i primi eurobond per Sure, il fondo da 100 miliardi chiamato a finanziare gli ammortizzatori sociali nazionali, facendo segnare un successo senza precedenti: sono arrivate richieste per 233 miliardi, una cifra 14 volte superiore ai 17 miliardi all’asta. Dato che fa esultare Paolo Gentiloni, commissario Ue all’Economia e padre del fondo, e fa ben sperare per le emissioni del futuro Recovery Fund. Proprio oggi ripartono i negoziati tra governi e Parlamento Ue sul lancio del Recovery da 750 miliardi: filtra un cauto ottimismo sulla possibilità di sbloccare le trattative e licenziare il testo entro fine mese. Toccherà poi ai parlamenti nazionali procedere con le ratifiche in tempo per partire a gennaio e versare i primi soldi in primavera. David Sassoli, presidente dell’Europarlamento, assicurava: «Siamo consapevoli dell’urgenza». Per far fronte alla recessione, secondo i calcoli del “Financial Times”, i governi della zona euro nelle leggi di bilancio appena notificate a Bruxelles hanno messo in campo 1000 miliardi, un disavanzo aggregato pari all’8,9% del Pil. Cifre che non preoccupano gli investitori.
Il timore semmai è che questi stanziamenti non bastino. Tanto che ieri Gentiloni avvertiva: «Non siamo ancora fuori dal tunnel».
Nelle capitali si studiano le contromosse, con Giuseppe Conte che ieri dopo aver sentito Ursula von der Leyen ha incontrato a Roma Pedro Sanchez: «Lavoriamo a ipotesi di riforma del Patto di Stabilità e Crescita che – ha affermato il premier – mi piacerebbe chiamare Patto di Crescita nella Stabilità». Conte ha aggiunto che si può pensare di riformare anche il Mes. Si punta a rimettere in discussione la firma della riforma del Fondo nella sua tradizionale funzione di salva-Stati (non nella versione pandemica lanciata in primavera) che l’Italia sfugge dallo scorso dicembre rilanciando che il Mes debba essere gestito dalla Commissione Ue e non dai governi (proposta già avanzata da Bruxelles ma bocciata dai nordici).
Anche se l’obiettivo dei paesi del Sud sarebbe eliminare ogni for ma di condizionalità in caso di richiesta di salvataggi sovrani. Quanto al Patto di stabilità, Roma e Madrid, insieme a Parigi e Lisbona, preparano il terreno alla Commissione Ue che in primavera ne proporrà una riforma che tra l’altro punterà a rendere permanente il Recovery e i suoi eurobond. Ma le capitali del Sud studiano un’altra mossa: in caso di nuovo disastro economico, chiederanno che gli attuali 750 miliardi vengano aumentati in attesa della riforma. Sarà ancora battaglia con i frugali.
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