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La crescita si è già interrotta

La tanto attesa (e conclamata, dal governo) ripresa è già sul binario morto? L’Istat ha registrato che nel terzo trimestre dell’anno il prodotto interno lordo è aumentato dello 0,2% in confronto al trimestre precedente. Un decimale in meno rispetto alle previsioni. In frenata anche rispetto alla prima metà dell’anno (+0,3% del secondo trimestre +0,4% dei primi tre mesi).
Nessuno quindi è disposto a scommettere sulla crescita, seppur modesta, dello 0,9%, indicata dal governo e, per la verità, anche dagli uffici studi economici dell’Unione europea. Perfino Confindustria s’era spinta a proclamare che forse si sarebbe superato quel miserrimo 0,9%.

Per ora il duo Renzi-Padoan sta con la testa sotto la sabbia. Spera che siano stati sottostimati alcuni dati, ad esempio i servizi e il turismo e che il quarto trimestre faccia faville: «Magari con una crescita dello 0,43% congiunturale- dice Riccardo Barbieri, il capo-economista del Tesoro. – Ci sono divergenze tra i dati statistici e le indagini qualitative che abbiamo. Il trend sottostante è migliore e mi auguro che questo ci dia alla fine un risultato in linea col previsto».

L’allarme terrorismo, dopo i fatti di Parigi, è una (drammatica) variante ma non è tale fa influire (così stando le cose) sull’andamento sostanziale dell’economia. Se la ripresa italiana si ferma, dobbiamo fare mea culpa Tra gli economisti c’è un certo pessimismo. Alle aspettative provocate dall’attivismo di Matteo Renzi non stanno seguendo i fatti di un effettivo rilancio dell’economia.

Andrea Goldstein, managing director di Nomisma, la società di ricerche economiche fondata da Romano Prodi, dice che bisogna stare col fiato sospeso: «La leggera frenata registrata dalla stima preliminare del Pil significa che per centrare l’obiettivo annuo del governo (+0,9%) la crescita congiunturale dovrà tornare a crescere in questo ultimo trimestre. Insomma, le vendite di Natale andranno seguite con particolare attenzione».

Quindi occorrerà aspettare Natale per conoscere il destino della politica economica del governo Renzi. La Befana gli porterà il carbone? All’orizzonte vi è la nube, assai perigliosa, della crisi del fattore che ha consentito, in questi anni, a una parte del sistema produttivo italiano, di non affondare: l’export. «La componente estera netta, puntello dell’economia negli ultimi difficilissimi anni, non tira più- sostiene Goldstein. -La tentazione di ascrivere questo dato alle condizioni internazionali rischia di mandarci fuori strada. Infatti i nostri principali partner commerciali, Germania e Francia, aumentano consumi e pil».

L’economia francese ha risposto (finora) assai bene alle difficoltà legate al terrorismo. «In Francia- spiega Goldstein- dopo gli attacchi di gennaio il pil è cresciuto dello 0,7 % nel primo trimestre, più che a fine 2014. Quelli erano obiettivi chiaramente definiti: a novembre la strategia dei terroristi è stata diversa e non si può escludere che si traduca in comportamenti più cauti da parte dei consumatori. In ogni caso, le previsioni di crescita dipendono innanzitutto dall’orientamento della politica monetaria nell’eurozona e dalle politiche strutturali delle autorità francesi. Diverso è il caso per i controlli sugli scambi di beni e la mobilità delle persone. Già oggi le misure introdotte in Ungheria e Slovenia aumentano i tempi di passaggio alla frontiera e i costi logistici per le società tedesche sono cresciuti del 10 %».

In queste settimane a risentirne, in Francia, sono stati soprattutto il turismo (incide per il 7,4% sul Pil francese), i trasporti e l’immobiliare (l’8 % delle transazioni a Parigi è effettuato da stranieri). Nei primi giorni dopo il 13 novembre i più importanti grandi magazzini, Printemps e Galeries Lafayette, hanno perso rispettivamente il 30 % e il 50 % di visitatori e negli alberghi il tasso d’occupazione è calato del 20 %. A poco a poco però si ritorna alla normalità e le festività natalizie sono attese con impazienza: se in Italia dovranno indicare la verità sull’uscita o meno dalla crisi, in Francia dovranno registrare il ritorno alla fiducia.

Non ha dubbi Mario Baldassarri, economista ed ex-viceministro nel governo Berlusconi: «È all’interno che dobbiamo fare pulizia. La legge di stabilità è stata l’ennesima occasione perduta, modifica ben poco delle poste di bilancio sia sul fronte della spesa che sul fronte delle entrate, concede una riduzione di tasse l’anno prossimo ma sull’aumento di tasse previsto per cui gli italiani comunque pagheranno più tasse nel 2016 e tutto questo con un parallelo aumento del debito pubblico. E’ questa la sintesi della legge di stabilità, manca un forte programma di investimenti infrastrutturali e non si tagliano sprechi e ruberie in particolare nella spesa pubblica corrente. Come si fa a sorprendersi se nonostante le favorevoli condizioni internazionali (il terrorismo? Ma il prezzo del petrolio non è mai stato così basso e l’euro è stato svalutato anche se dovrà arrivare a una sostanziale parità sul dollaro) l’economia dopo qualche scintilla si sta spegnendo?».

Quindi è sbagliato dare la colpa al terrorismo se l’export italiano rallenta e la ripresa economica rischia di tornare dentro al tunnel, i problemi vanno risolti all’interno. Afferma l’economista Paolo Onofri, a capo del centro studi Prometeia: «Tra i fattori esterni che limitano la competitività, le Pmi e micro-imprese italiane segnalano, oltre a burocrazia, pressione fiscale e alle barriere nell’accesso al credito che ricoprono un’importanza primaria, la scarsa reperibilità di risorse umane qualificatee gli scarsi collegamenti con il mondo dell’università e della ricerca».

Concorda Goldstein: «L’unica via d’uscita è insistere sulle riforme che aumentano la produttività. Alcuni passi nella direzione giusta sono già stati fatti, penso per esempio al jobs act per quanto riguarda il mercato del lavoro. Si tratta di continuare in questa direzione, a cominciare dalla scuola. Del resto i problemi di fondo del nostro Paese si trascinano da oltre un ventennio, ben prima, quindi, della grande gelata della recessione. Giunti a questo punto, il prezzo da pagare all’immobilismo sarebbe davvero troppo alto».

Oltre al jobs act il governo si sta impegnando nella revisione delle tasse ma Nomisma consiglierebbe una direzione diversa: «Sarebbe meglio tagliare quelle sul lavoro, primo perché ha un effetto più immediato, due perché è più equo. Sarebbe più utile giocare su questo piuttosto che fare polemiche su ville, castelli e cose del genere. Sulla casa andrebbero rivisti i costi notarili e bisognerebbe agire sul fronte delle tasse sulle transazioni. Ma soprattutto occorre fare in modo che gli italiani investano nelle aziende piuttosto che nelle case». In realtà l’Osservatorio immobiliare di Nomisma registra che gli italiani investono oggi assai poco nell’immobiliare: «Quest’anno -secondo il Rapporto- i prezzi delle case scenderanno ancora, mettendo a segno un meno 2,8%, per stabilizzarsi nel corso del 2016, la tendenza si invertirà solo nel 2017». Comunque il redde rationem per la ripresa economica e la politica del governo arriverà tra poche settimane.

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