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La Corte Ue può riaprire la partita

L’iter avviato dalla Commissione europea nei confronti di Google – sotto osservazione sin dal 2010, dopo le prime denunce di alcuni provider – per abuso di posizione dominante per il servizio di acquisti comparativi, è arrivato a conclusione con l’ammenda record di 2,42 miliardi di euro decisa ieri da Bruxelles. L’esecutivo Ue, che applica direttamente le regole in materia di concorrenza, assieme alle Autorità nazionali antitrust, ha accertato l’abuso di posizione dominante e, quindi, una violazione dell’articolo 102 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea e dell’articolo 54 dell’accordo sullo Spazio economico europeo.

I poteri della Commissione
Centrale nella verifica degli abusi di posizione dominante, componente essenziale della politica antitrust dell’Unione, la Commissione non solo vigila sul rispetto delle regole Ue in materia di concorrenza in particolare nei casi transfrontalieri, ma ha un potere di intervento e sanzionatorio in grado di produrre, almeno nelle intenzioni, effetti deterrenti.
Se, quindi, le Autorità nazionali sulla concorrenza accendono i riflettori, in modo particolare, su comportamenti anticoncorrenziali sul piano interno, Bruxelles lo fa soprattutto sulle violazioni transfrontaliere, che hanno come mercato di riferimento più Stati. Casi certo più complessi e con effetti negativi su larga scala sia a danno dei consumatori sia per altre imprese che operano in un determinato mercato.
Nella decisione presa nei confronti di Google, la Commissione, che ha agito anche grazie ai poteri attribuiti dal regolamento n. 773/2004 e dal n. 1/2003 sull’applicazione delle regole di concorrenza previste dagli articoli 81 e 82 del Trattato (con Lisbona, articoli 101 e 102), ha accertato il carattere transfrontaliero del caso e ha verificato, dopo lo svolgimento di indagini approfondite, un abuso di posizione dominante. Che, in via generale, è una minaccia per il mercato interno perché va a svantaggio dei consumatori, che non usufruiscono della riduzione dei prezzi propria di un mercato concorrenziale e che possono subire le alterazioni con un abbassamento della qualità e una diminuzione delle possibilità di scelta.
Dopo le denunce, in base ai suoi poteri d’indagine, la Commissione aveva inviato una prima tranche di addebiti, per un comportamento abusivo, a Google che, di fatto, ha posto in una posizione di vantaggio il motore di ricerca a danno di altri competitor.
Bruxelles ha fatto partire le indagini che, in base al diritto Ue, permettono all’istituzione dell’Unione di accedere ai locali dell’impresa, esaminare i documenti, ottenere copie di atti, sentire i membri dell’azienda e apporre sigilli. Sulla base dei dati raccolti, la Commissione ha adottato la decisione vincolante per l’azienda e per le autorità nazionali e ha fissato la sanzione, decisa tenendo conto della durata e della gravità dell’infrazione. L’ammenda, poi, in linea con gli “Orientamenti della Commissione per il calcolo delle ammende” del 2006 è stata calcolata prendendo come parametro le entrate di Google provenienti dal servizio di acquisti comparativi in 13 Paesi interessati, dello spazio economico europeo, inclusa l’Italia.
La decisione non solo vieta la condotta che ha portato all’abuso di posizione dominante per i servizi di Google shopping, ma impone alla società un obbligo di cessazione dall’atto illegale. Tutto in 90 giorni. Dopo scatteranno le penalità che potranno arrivare fino al 5% del fatturato giornaliero medio mondiale della società madre Alphabet.

L’azione giurisdizionale
Il sistema antitrust rispetta in pieno le regole proprie dei processi, assicurando un pieno controllo giurisdizionale sull’operato della Commissione. Pertanto, Google ha la possibilità di impugnare la decisione della Commissione dinanzi al Tribunale Ue chiedendo l’annullamento del provvedimento o, in subordine, la riduzione dell’ammenda. Possibile poi – per la parte che perde – l’impugnazione, per i soli motivi di diritto, alla Corte di giustizia dell’Unione europea. L’ultima parola, quindi, è probabile che arrivi da Lussemburgo.
Intanto, però, non è escluso che le imprese danneggiate dal servizio di acquisti comparativi diano inizio, sul piano nazionale, ad azioni in sede civile contro Google.

Marina Castellaneta

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