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La Corte suprema Usa rigetta il ricorso dell’Argentina sui bond

Quando si dice «le brutte notizie non vengono mai da sole». È il caso dell’Argentina che dopo i problemi di salute della presidente Cristina Kirchner emersi nel fine settimana, ieri ha dovuto accusare il colpo della decisione della Corte suprema americana che ha rigettato il tanto atteso verdetto sui bond in default dal 2001. Mentre il numero uno del Paese sudamericano si prenderà un mese di pausa dagli impegni di governo con il ricovero da oggi in ospedale, nel mezzo delle elezioni di mid-term del 27 ottobre, la battaglia nei Tribunali americani non è finita. Se i mercati attendevano la decisione della Corte, ora si apre un’altra vertenza sempre a New York, avviata da Buenos Aires lo scorso agosto per lamentare l’intrusione di uno Stato estero, attraverso un Tribunale, sulle decisioni di un Paese sovrano.
Un modo per prendere tempo mentre si studiano le mosse per uscire dall’impasse, a cominciare dall’eventualità di pagare quanto chiedono i fondi hedge di Elliott Management Corp, gli stessi ad avere intentato la causa per il risarcimento integrale di quanto investito prima del 2001, ovvero 1,4 miliardi di dollari. Tutto questo per evitare il terzo default che alla luce della decisione della Corte di ieri potrebbe diventare realtà. Le agenzie di rating, però, potrebbero innalzare il merito di credito del Paese se l’Argentina pagasse i suoi debiti, ma «la decisione è politica» ha detto Gabriel Torres, analista di Moody’s. «Al Paese non mancano i soldi per pagare i suoi debiti, ma i motivi per cui non vengono rimborsati i fondi sono altri». I debiti pendenti rappresentano il 3,8% delle riserve in valuta estera del Paese che sono pari a 34,7 miliardi di dollari. A fine agosto, l’Argentina aveva proposto di rimborsare solo una parte del debito, quanto era già stato sborsato con gli swap del 2005 e del 2010 quando venne rimborsato al 92% degli investitori una quota del 30 per cento. La condizione posta era il cambio della giurisdizione delle obbligazioni da New York a Buenos Aires. Ma ancora una volta è stato un giudice a porre il veto alla proposta, quel Thomas Griesa del distretto di New York, lo stesso che aveva sostenuto l’accusa nel processo di primo grado, riuscendo ad ottenere dalla corte di vietare alle banche americane aiuti a Buenos Aires.
La credibilità dell’Argentina è stata messa a dura prova anche dal Fondo Monetario Internazionale che lo scorso febbraio ha censurato il Paese per l’inattendibilità dei dati sull’inflazione e sulla crescita economica. Una revisione di tali modelli econometrici per la determinazione dei predetti indici è prevista per il prossimo novembre. Nonostante queste tensioni i Cds hanno segnato un calo a 2.376 centesimi da 2.394 punti base.

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