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Per la Corte di giustizia contratti di leasing a qualificazione variabile

Contratti di leasing a qualificazione variabile per l’Iva: l’operazione si considera cessione di beni (con obbligo di fatturazione immediata del corrispettivo totale al momento della consegna) qualora il riscatto a fine locazione, pur essendo facoltativo, costituisce per il conduttore l’unica scelta economicamente ragionevole. Se invece la possibilità di non esercitare l’opzione di acquisto della proprietà sia giustificabile, ad esempio perché la somma dovuta per il riscatto è di entità rilevante, l’operazione costituisce una prestazione di servizi, con conseguente fatturazione dei canoni periodici. È quanto si desume dalla sentenza della Corte di giustizia Ue di ieri, 4 ottobre 2017, C-164/16, che fa seguito, precisandone meglio la portata, alle precedenti pronunce che, basandosi sul principio contabile internazionale Ias 17, sembravano più trancianti. In particolare, nella sentenza 16 febbraio 2012, C-181/11, i giudici di Lussemburgo hanno dichiarato l’operazione di leasing integra una cessione di beni qualora il contratto contempli il trasferimento della proprietà al locatario alla scadenza (come previsto, in via generale, nel leasing traslativo), oppure nel caso in cui il locatario disponga delle caratteristiche essenziali della proprietà del bene, in quanto gli sia stata trasferita la maggior parte dei rischi e benefici inerenti alla proprietà legale e la somma delle rate, interessi inclusi, sia praticamente identica al valore venale del bene. Questo orientamento, confermato dalla sentenza 2 luglio 2015, C-209/14 (al quale ha aderito la Corte di cassazione con sentenza n. 20951 del 16 ottobre 2015, che in relazione a una controversia sui presupposti per il diritto al rimborso dell’Iva ha ricondotto il leasing nella categoria delle cessioni di beni, nonostante la legge nazionale lo qualifichi come prestazione di servizi), ora quindi una significativa puntualizzazione. La questione, sollevata dai giudici inglesi, riguardava nuovamente la corretta interpretazione dell’art. 14, par. 2, lettera b) della direttiva 2006/112/Ce (direttiva Iva), che ricomprende tra le cessioni di beni «la consegna materiale di un bene in base a un contratto che prevede la locazione di un bene per un dato periodo o la vendita a rate di un bene, accompagnate dalla clausola secondo la quale la proprietà è normalmente acquisita al più tardi all’atto del pagamento dell’ultima rata». In particolare, la questione mirava a chiarire se e in quale misura la predetta disposizione si applichi ad un contratto di locazione con opzione di acquisto, e più precisamente se il contratto convenzionalmente denominato di «leasing finanziario» o di leasing debba essere qualificato cessione di beni per il solo fatto di prevedere il trasferimento della proprietà alla scadenza, ovvero perché la somma delle rate, interessi inclusi, sia praticamente identica al valore commerciale del bene. La sentenza di ieri esclude questo automatismo. Nell’ambito della locuzione normativa secondo cui «la proprietà è normalmente acquisita al più tardi all’atto del pagamento dell’ultima rata», osserva la Corte, «l’avverbio “normalmente” si riferisce solo “allo svolgimento prevedibile fino al suo termine di un accordo eseguito in buona fede dalle parti». Questo sbocco del rapporto nel trasferimento di proprietà è inconciliabile con l’esistenza, per il locatario, di una reale alternativa economica che gli permetta di optare, in alternativa, per la restituzione del bene al locatore, oppure per l’estensione della locazione, in base ai propri interessi attuali (migliori precisazioni al riguardo si rinvengono nelle conclusioni presentate dall’avvocato generale il 31 maggio 2017). La situazione sarebbe diversa solo se l’esercizio dell’opzione di acquisto, benché formalmente facoltativa, costituisse in realtà, alla luce delle condizioni finanziarie del contratto, la sola scelta economicamente ragionevole per il locatario, come ad esempio nel caso in cui le somme già corrisposte corrispondano al valore del bene, oneri finanziari inclusi, e l’esercizio dell’opzione non imponga di pagare «una somma supplementare importante». In conclusione, la disposizione in esame, che qualifica cessione di beni un contratto di locazione accompagnato dalla clausola secondo la quale la proprietà è normalmente acquisita al più tardi all’atto del pagamento dell’ultima rata, si applica al contratto di leasing qualora si possa dedurre dalle condizioni finanziarie che l’esercizio dell’opzione risulta l’unica scelta economicamente razionale che il locatario potrà fare, giunto il momento, se il contratto è stato eseguito fino al suo termine. Spetta al giudice nazionale valutare queste circostanze e decidere.

Franco Ricca

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