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La Corte dei conti: “Riformate l’Irpef. Quegli 80 euro solo un surrogato”

Pressione fiscale al 43,8 per cento (quattro punti più della media europea che è del 40 per cento), un sommerso che vale il 21 per cento del Pil e l’Irpef — la maggiore imposta italiana — soggetta ad un “sistematico svuotamento”, con fughe dalla progressività (cedolare secca, rendite finanziarie, premi produttività). In una situazione come questa per la Corte dei Conti, che ieri ha presentato il “Rapporto sulla finanza pubblica”, interventi come il bonus Irpef da 80 euro sono solo un “surrogato” ad una vera riforma dell’imposta.

Il tema della riforma è tuttavia sul tavolo del governo che conta di approvare le deleghe fiscali, catasto e semplificazione, prima dell’estate e in proposito è in via di allestimento una commissione che potrebbe essere guidata dall’ex presidente della Corte costituzionale, Franco Gallo.
Il rapporto della Corte, presieduta da Raffaele Squitieri punta l’indice sull’evasione fiscale. «L’evasione fiscale — spiega — continua ad essere un problema di straordinaria gravità, tra le prime cause, se non la principale, delle difficoltà del sistema produttivo, dell’elevato costo del lavoro, dello squilibrio dei conti pubblici, del malessere sociale esistente ». Solo per l’Iva e l’Irap, che rappresentano solo un quinto del gettito totale, ammonta a 50 miliardi. L’evasione contribuisce anche ad aumentare la pressione fiscale: la Corte calcola che se si depura il Pil dai redditi evasi la pressione raggiunge il 50 per cento. La conclusione è che il prelievo in Italia è «eccessivo e maldistribuito ». Sul fronte dei conti pubblici la Corte, come ha fatto più volte in passato, invita alla cautela con l’austerità. Gli sforzi, ha detto Squitieri, devono essere «ispirati al rigore e non all’austerità » perché «uno sforzo eccezionale non può realisticamente essere protratto troppo oltre in assenza di crescita economica ». Concorda Padoan: l’Italia, ha detto, punta a modificare l’agenda europea, imprimendole una sterzata verso nuove priorità come crescita e lavoro e non più «solo rigore, tradottosi finora in austerità». «L’Italia — ha aggiunto — ha fatto e continua a fare i compiti a casa. Tra il 2011 e il 2013 le manovre sono ammontate a 67 miliardi, pari a 4,3 punti di Pil», ha calcolato il ministro. Oggi il nostro debito pubblico, sul quale Bruxelles ha puntato il dito nelle sue raccomandazioni, è tra i maggiormente sostenibili in Europa. E lo sarebbe ancora di più se la crescita nominale — e dunque l’inflazione — fossero più alte».
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