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La Corte dei conti gela il governo “La spending review non funziona”

La Corte dei Conti alza il tiro sulla spending review. A pochi giorni dal rapporto di Palazzo Chigi sulle revisione della spesa negli ultimi tre anni, la magistratura contabile passa al setaccio l’attività degli acquisti delle amministrazioni centrali dello Stato, cioè i ministeri, e non risparmia critiche e rilievi.
«A consuntivo, le misure di riduzione non hanno prodotto risultati di contenimento del livello complessivo della spesa», ha osservato il presidente delle Sezioni Riunite Angelo Buscema, ieri in occasione della «Relazione sul Rendiconto generale dello Stato». Di conseguenza, ha aggiunto, «resta ancora attuale la necessità di una revisione attenta di quanto può essere a carico del bilancio dello Stato».
Parole che si riferiscono a quanto è stato fatto nel recentissimo 2016, che riconoscono con soddisfazione che è stato «abbandonato » il contestato sistema dei tagli lineari, uguali per tutti «a prescindere». Come pure il presidente della Corte Arturo Martucci di Scarfizzi ha dato atto al paese, negli ultimi anni, di aver realizzato una «buona tenuta » dell’azione di controllo della spesa pubblica.
Ma i giudizi positivi finiscono qui, perché Buscema ha richiamato con forza l’attenzione sul debito pubblico, definito «l’elemento maggiore di vulnerabilità » della nostra economia e ha nuovamente ricordato il peso della «corruzione devastante» che ancora affligge il nostro sistema e che ha ricadute dal segno economico su sanità, opere pubbliche e prestazione di servizi.
La Corte dei Conti accende un faro anche sul sistema Consip, al centro in queste ore dell’attenzione politico-giudiziaria. La magistratura contabile guarda al merito e non risparmia critiche: in primo luogo rileva che, nonostante gli indubbi progressi, resta ancora fuori dal sistema Consip il 64,5 per cento degli acquisti di beni e servizi per il funzionamento dei ministeri. Ma soprattutto – questo il secondo rilievo – relativamente agli impegni assunti nel 2016 la spesa dei ministeri, sia Consip sia extra- Consip, è cresciuta rispetto all’anno prima del 5,3 per cento. Osservazioni anche sulla spesa delle amministrazioni centrali per gli affitti: si è ridotta di 6 milioni nel 2016, ma siamo distanti dal taglio del 50 per cento previsto dalla legge. Critiche anche alle spese di facility management, pulizia e manutenzione: la spesa centralizzata aumenta ma il «vestito » ritagliato dalle convenzioni non si adatta perfettamente alle aziende troppo grandi o troppo piccole.
L’analisi della Corte, come accennato, si ferma ai circa 7,3 miliardi dei ministeri, tra spese di funzionamento e investimenti, e non prende in esame il resto: si tratta circa 90 miliardi di spesa intermedia dell’intera pubblica amministrazione, più 40 miliardi di acquisti nella sanità. Un terreno sul quale, in autunno, dovrà presumibilmente esercitarsi l’azione di governo se si vorrà rilanciare la spending review.
A Palazzo Chigi, intanto, si corre ai ripari e si accendono i motori in vista della legge di Bilancio 2018. Il premier Gentiloni è in procinto di firmare il decreto che ripartisce circa 1-1,2 miliardi di tagli tra i vari ministeri. Il provvedimento, previsto dalla nuova disciplina di Bilancio, viene adottato per la prima volta: la tempistica prevede che dopo le indicazioni del Def di aprile, entro il 31 maggio venga varato il decreto di palazzo Chigi per la ripartizione dei tagli. I ministri potranno interloquire entro il 20 luglio e a quel punto le razionalizzazioni saranno «confezionate» per far ingresso nella legge di Stabilità 2018. E’ prevista anche una sanzione per i ministri riottosi o inadempienti: scatterà una sanzione che fa salire il taglio automaticamente al 20 per cento.

Roberto Petrini

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