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La Corte costituzionale sceglie il presidente. Le chance di Grossi

Quando fu eletto Alessandro Criscuolo, nel novembre 2014, tutti plaudirono a un presidente che finalmente sarebbe rimasto in carica tre anni, come prevede la Costituzione, mettendo fine alla poco commendevole abitudine di scegliere il giudice più anziano, anche per pochi mesi (da ultimo il suo predecessore, Giuseppe Tesauro, durato lo spazio di un’estate). Ma dopo un anno e poco più, le improvvise dimissioni di Criscuolo (solo dall’incarico, manterrà il seggio) per imprescindibili «motivi di origine familiare», riaprono anzitempo la partita. E rimettono i giudici costituzionali — finalmente con il plenum dei 15 componenti al completo — nella condizione di dovere scegliere un nuovo presidente.
Lunedì Criscuolo formalizzerà le dimissioni, martedì o mercoledì si deciderà il successore. Una decisione dall’evidente ricaduta «politica», se non altro per le delicate questioni destinate ad approdare nei prossimi mesi al palazzo della Consulta: dalla nuova legge elettorale al problema attualissimo delle unioni civili e delle adozioni da parte delle coppie omosessuali, passando per la nuova disciplina sul lavoro (il cosiddetto Jobs act ) e altre recenti provvedimenti governativi. Ma con quali criteri avverrà la scelta? E quali sono i giudici «papabili»?
La premessa è che stavolta la regola dell’anzianità (non anagrafica ma dentro la Corte, dove i giudici restano nove anni) non porterebbe a una presidenza di breve durata. Il primo in graduatoria è infatti Giuseppe Frigo, che però negli ultimi tempi ha diradato le presenze per problemi di salute. Dopo di lui c’è Paolo Grossi, 83 anni appena compiuti e ben portati, storico del Diritto che ha formato generazioni di docenti, approdato alla Consulta il 23 febbraio 2009 su designazione dell’ex capo dello Stato Giorgio Napolitano. Guiderebbe la Consulta per i prossimi due anni, e gli attestati di stima giuntigli in questi giorni dall’interno del palazzo lo avrebbero convinto a superare le iniziali ritrosie. Raggiungere una maggioranza pare, al momento, l’ipotesi più probabile.
Dopo di lui, il più «anziano» è Giorgio Lattanzi, 77 anni, attuale vicepresidente, in uscita nel 2019. Tuttavia l’alternativa di cui s’è discusso nelle ultime ore si fonda su un altro criterio di valutazione, che predilige una figura giovane e soprattutto femminile; come Marta Cartabia, 53 anni ancora da compiere, nominata da Napolitano nel settembre 2011, che porterebbe a termine il triennio e potrebbe essere rieletta (come normalmente è avvenuto in passato). Una presidenza lunga, quindi, e affidata a una donna. Una novità, quest’ultima, che di certo suonerebbe gradita al nuovo corso politico di stampo renziano, e forse per questo s’è immaginato che una simile scelta sarebbe la più apprezzata a Palazzo Chigi. In passato Cartabia è stata vicina agli ambienti di Comunione e liberazione, ma nei quattro anni di lavoro alla Consulta non sembra aver fatto pesare una simile provenienza; anche per questo c’è chi parteggia per lei, dentro e fuori il palazzo. L’ex premier ed ex ministro Giuliano Amato, invece, anche lui «giovane» giudice (è arrivato dal settembre 2013) avrebbe lasciato intendere di non essere interessato ad assumere quell’incarico. Tra una settimana il verdetto.

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