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La corsa dei nordici al taglio delle tasse

L’ultima a muoversi è stata la Danimarca. La prossima potrebbe essere la Finlandia. In tempi di crisi, anche economie che restano su un sentiero di crescita, che siano fuori o dentro l’euro, pensano al taglio delle imposte sui redditi delle società per dare fiato a imprese e occupazione. Se poi i conti pubblici sono sotto controllo e non richiedono austerity, tanto meglio.
A fine febbraio, la Danimarca, che con un’aliquota del 25% già aveva una delle tassazioni sulle imprese più basse nell’Unione europea, ha annunciato una riduzione progressiva che porterà il prelievo al 22% in tre anni (nel 2016). Il primo taglio, di un punto, scatterà l’anno prossimo. A spingere l’Esecutivo guidato da Helle Thoring-Schmidt ad abbassare un’aliquota che resisteva da anni ci sono le difficoltà attraversate dell’economia, il calo del consenso per lo stesso premier e la concorrenza dei vicini Paesi nordici. A cominciare dalla Svezia che, senza aspettare fasi recessive e con un’economia in crescita a ritmi superiori all’1% l’anno, dall’inizio del 2013 ha abbassato la sua imposta sulle imprese dal 26,3 al 22 per cento.
Il provvedimento annunciato dal Governo danese fa parte di un pacchetto di misure per rilanciare l’economia, con un obiettivo minimo di crescita del Pil del 2% l’anno e con la creazione di 150mila posti di lavoro nel settore privato entro il 2020. Le risorse per finanziare il taglio delle tasse sulle società arriveranno dalla riduzione degli aiuti agli studenti e dal freno alla spesa, compresa quella per gli stipendi dei dipendenti pubblici. Nel quarto trimestre del 2012, il Pil danese è sceso dell’1% su base annua e tra il 2005 e il 2011, la produttività è aumentata dell’1,5%, contro il 3,8% della Svezia e il 6,2% della Germania. La Danimarca può contare su un deficit in discesa dal 4% del 2012 al 2,7% previsto per quest’anno e su un debito pubblico di poco superiore al 45 per cento.
Finanze solide, come quelle della Finlandia, che a sua volta si prepara a un taglio della tassazione sulle imprese. Anche qui, si parte da un’aliquota piuttosto bassa, il 24,5%, ma le aziende chiedono di ridurla in modo drastico e di portarla al 15%. Ogni punto in meno costerebbe alla Finlandia 200 milioni di euro di gettito, eppure, malgrado la proverbiale attenzione per il rigore di bilancio, in Parlamento il consenso per una riduzione dell’imposta, magari più contenuta, cresce e aperture arrivano anche dal ministro delle Finanze Jutta Urpilainen. Da Helsinki si guarda con interesse al modello estone, dove l’aliquota è al 21%, ma l’imposta scatta solo se le imprese distribuiscono dividendi.
Ad aprire la corsa al taglio della corporate tax è stata però Londra, che già nel 2012 ha abbassato il prelievo sui redditi delle imprese dal 26 al 24%. Il Governo Cameron è andato però oltre e a dicembre ha annunciato nuovi tagli, che porteranno l’imposta al 21% già l’anno prossimo, «al livello più basso tra le grandi economie occidentali», come ha commentato lo stesso ministro delle Finanze George Osborne.
La riduzione del prelievo sulle imprese rende il Paese più attraente per gli investitori esteri, in una competizione fiscale che, come ha accennato di recente Berlino, rischia di esporre chi resta indietro a forme di “elusione” con le proprie società che migrano verso sistemi più convenienti, all’interno della stessa Ue e senza nemmeno tirare in ballo i paradisi fiscali.
L’idea, infatti, è che il minor gettito proveniente da ciascuna impresa possa essere in parte compensato da una più vasta platea di contribuenti, con benefici anche per l’occupazione. Su questo fronte, secondo una scuola di pensiero statunitense, oltre a creare lavoro, alleggerire la pressione sulle imprese porterebbe benifici diretti anche a chi il posto già ce l’ha, poiché le aziende tendono a scaricare sugli stipendi dei dipendenti fino al 60% delle tasse pagate. I tecnici del ministero del Tesoro Usa stimano una quota molto più bassa, ma che si attesta comunque al 18 per cento.

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