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La corsa (a ostacoli) del referendum

di Dino Martirano

ROMA — Né «Porcellum» né «Mattarellum». Ma una nuova legge elettorale votata dal Parlamento il prossimo anno. Dunque, dopo tanti litigi all'interno dell'opposizione, potrebbe essere questo l'obiettivo più realistico del nuovo referendum che si profila all'orizzonte della primavera del 2012. Tutto dipende dalla Consulta, che vaglia l'ammissibilità dei quesiti, e dall'attuale classe politica che con la pistola referendaria alla tempia potrebbe sentirsi costretta a cambiare le regole del voto in corso d'opera in vista della scadenza naturale della legislatura (primavera 2013).
In realtà, il comitato promotore guidato da Arturo Parisi — sostenuto dall'asse Di Pietro-Vendola e sponsorizzato da Romano Prodi che oggi su Europa chiede uno sforzo di adesione al referendum — l'11 luglio ha depositato in Cassazione due quesiti che mirano ad abbattere la «legge porcata» voluta dal centrodestra e in parte dai centristi: quella che dal 2005 mette nelle mani dei segretari di partito le liste chiuse e concede un forte premio di maggioranza alla coalizione che vince. L'effetto di una vittoria del «sì», dunque, sarebbe quello di un ritorno al «Mattarellum» (dal nome del relatore, Sergio Mattarella) che invece, dal '94 al 2005, propose il sistema dei collegi uninominali (vince il candidato che prende più voti) con una quota proporzionale del 25% da spartire tra i piccoli che superavano il 4%. Il cosiddetto «diritto di tribuna».
Ma per rendere efficace entro questa legislatura l'effetto del referendum di Parisi — il cui comitato è presieduto dal professor Andrea Morrone — la macchina organizzativa che ha sede nell'ufficio storico di Prodi a Piazza Santi Apostoli ha iniziato la sua corsa contro il tempo. Le 500 mila firme necessarie, infatti, devono essere presentate entro il 30 settembre perché, poi, la Cassazione sia in grado di esaminarle entro il 20 dicembre. La tappa successiva, il 10 febbraio 2012, porta alla Corte Costituzionale che valuta l'ammissibilità dei quesiti. A quel punto, se non ci sono ostacoli, il presidente della Repubblica indice il referendum per una domenica compresa tra il 15 aprile e il 15 giugno del 2012.
Il referendum però non ci sarà se il Parlamento, pressato, varerà per tempo una legge elettorale nel solco indicato dai referendari. E qui interviene l'ex senatore del Pd Stefano Passigli promotore di un altro referendum, insieme con Franco Bassanini, che invece mira a ripristinare il proporzionale con la preferenza unica e lo sbarramento al 4%: «Noi ci siamo fermati. La guerra dei referendum sarebbe ridicola. E ora chiederemo ai 200 mila cittadini che hanno firmato il nostro quesito di fare altrettanto con quelli di Parisi. Però a una condizione: loro devono dire pubblicamente che l'obiettivo non è ripristinare il «Mattarellum» ma, piuttosto, costringere il Parlamento a varare una legge sia essa maggioritaria a doppio turno o col proporzionale corretto».
Tradotto, questo vuol dire che nell'opposizione c'è uno scontro profondo tra chi tiene alta la bandiera del cittadino capace di determinare il destino di coalizioni anche molto allargate («Mattarellum») e chi, invece, innalza il vessillo dell'autonomia dei partiti che, a urne chiuse, decidono se e con chi allearsi (proporzionalisti). Su questo il Pd è dilaniato. Veltroni e Castagnetti per primi e poi a seguire Chiti, Fassino, Franceschini, Bindi, Errani, Rossi e il gruppo dirigente sardo hanno firmato il referendum di Parisi mentre la segreteria nazionale, pur avendo autorizzato i banchetti alle feste del partito, tentenna. L'asse Bersani-D'Alema per ora non cambia linea: abbiamo la nostra proposta (doppio turno con sbarramento al 10%), le leggi le fa il Parlamento. E la battaglia referendaria finisce così per intrecciarsi in modo complicato, anche solo per una questione di tempi, con le richieste di elezioni anticipate più volte avanzate dai democratici.
Nel centrodestra, invece, il referendum piace a pochi. Per ora hanno firmato in due: i liberali Antonio Martino e Paolo Guzzanti. E presto lo farà anche il governatore della Sardegna Ugo Cappellacci.
 

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