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La cordata stringe su Parmalat

di Antonella Oliveri

Ferrero è fuori. Per Parmalat si lavora su una cordata composita che ha il fulcro industriale in chi ha vere motivazioni d'interesse al business del latte, vale a dire le cooperative di allevatori presenti in Granlatte, che ha il controllo di Granarolo (il 20% è di Intesa Sanpaolo), e la Legacoop che pure è presente nell'azionariato. Oggi ripartiranno gli incontri con le banche al lavoro sul dossier – Intesa Sanpaolo, Mediobanca e UniCredit – per mettere a punto una soluzione, con l'obiettivo di chiudere possibilmente entro la prossima settimana.

Lo schema di base sul quale si sta ragionando prevede il lancio di un'offerta volontaria sul 60% del capitale di Collecchio. L'Opa, alla quale finora la Borsa ha dimostrato di credere poco, rappresenta comunque un passaggio obbligato, dal momento che ai francesi di Lactalis si è rimproverato di aver tentato di ottenere il controllo del concorrente mantenendosi sotto la soglia del 30%, senza coinvolgere il mercato.

A stare alle convenienze economiche, la cordata in formazione otterrebbe lo stesso scopo rilevando la quota dei francesi. Ieri il Tribunale di Parma ha reso noto di aver respinto l'istanza di Lactalis contro la decisione del consiglio Parmalat che, il 1° aprile scorso, ha rinviato al 28 giugno l'assemblea, per bilancio e rinnovo del cda, inizialmente prevista per il 14 aprile. Ma il gruppo di Laval ha abbozzato. Comunque, ha fatto sapere con una nota, «Lactalis è fiduciosa sugli sviluppi della vicenda e continuerà a proporre il proprio piano di sviluppo industriale di lungo periodo, nella convinzione di agire nell'interesse di Parmalat, dei suoi dipendenti e dei suoi stakeholders».

Al momento, a quanto risulta, non ci sono contatti tra i due schieramenti. L'ipotesi tricolore, dunque, fa leva su Granlatte che cederebbe Granarolo a Parmalat, recuperando fino a 500 milioni per finanziare la sua offerta su Collecchio. Anche Legacoop contribuirebbe con asset ed equity. A supporto del mondo cooperativo, si stanno raccogliendo le adesioni di potenziali partner disposti a rilevare piccole quote di capitale. Tra questi, in primis, Intesa Sanpaolo che, nell'ipotetica newco, farebbe confluire non solo la quota già in suo possesso (il 2,2%), ma l'arrotonderebbe ancora stanziando altri 300 milioni. Degli istituti in cabina di regia, la banca guidata da Corrado Passera è l'unica che metterebbe sul piatto anche la disponibilità a investire in azioni, mentre Mediobanca e UniCredit si sono dichiarate pronte, eventualmente, a fornire finanziamenti. Anche la finanziaria veneta Palladio è tra i candidati a partecipare alla cordata, mentre un ruolo potrebbe averlo Bnl. Infine, ci sono contatti con il gruppo olandese del latte Friesland-Campina, la brasiliana Lacteos (che già si era fatta avanti mostrando un interesse concreto per Collecchio) e il gruppo messicano Ala per vagliare l'interesse a mettere un cip a suggello di future collaborazioni nei rispettivi mercati. E, a completare il quadro, ci sarebbe poi ovviamente il possibile intervento del fondo della Cdp, dopo che il latte è stato incluso tra i settori strategici per il Paese.

Lactalis, dunque, per il momento sta a guardare. Se la cordata tricolore si materializzerà, Lactalis avrà la possibilità di cedere pro-quota la propria partecipazione all'eventuale Opa parziale oppure potrà cercare di trattare, come avevano fatto in precedenza i tre fondi Skagen, MacKenzie e Zenit con il loro 15,3%, per rivendere il proprio pacchetto alla controparte italiana. Non dovesse invece andare in porto l'iniziativa italiana, tra due mesi i francesi si troveranno nella posizione di esprimere la maggioranza del board di Collecchio.

Quanto al contenzioso legale, non pare che i francesi abbiano intenzione di proseguire su questa strada, dopo che il Tribunale di Parma ha respinto l'istanza sul rinvio dell'assemblea. «Nessun rilievo – scrive il giudice – pare potersi attribuire alle motivazioni addotte dal consiglio di ammistrazione per il rinvio dell'assemblea», motivazioni «specificatamente e articolatamente indicate nella delibera e supportate anche da autorevoli pareri legali», avendo la società «comunque operato nell'ambito di una facoltà, ancorchè eccezionale, espressamente prevista dal decreto» del 25 marzo scorso.

 

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